Intervista a Silvia Cannarozzi, regista di Farta

Qualche tempo fa, facendo delle ricerche sullo sharenting, mi sono imbattuto in un bellissimo cortometraggio, della durata di 10 minuti, che si chiama “Farta” (pagina Facebook).

La storia è quella di una madre, Theresa, che documenta tutta l’infanzia di sua figlia Marta sui social media senza pensare alle conseguenze.

Dalla sua première nell’ottobre 2018, Farta è stato selezionato in 28 festival nazionali e internazionali (selezione ufficiale dei David di Donatello 2019), vincendo alcuni premi.

Puoi vedere il “corto” qui:

L’ntervista alla regista Silvia Cannarozzi

Di seguito puoi leggere l’intervista che ho fatto a Silvia Cannarozzi. Nativa di Bergamo ha iniziato la
sua carriera nell’audiovisivo come montatrice e realizzatrice di grafiche animate. Nel 2017,
dopo aver lavorato per la RAI, si trasferisce a Berlino per frequentare una scuola di cinema.

Di seguito puoi leggere l’intervista a Silvia.

Come sono nati idea e progetto?

Intorno al 2015 ho aperto un articolo su Facebook riguardo ad una madre che apparentemente aveva trovato un modo originale e divertente di combattere la depressione post partum. L’articolo (tipico clickbait), mostrava varie fotografie del bambino in preda ad un pianto disperato e sulle immagini c’era scritto il motivo del capriccio, tipo: “ho tagliato in due la sua fetta di formaggio” o “non lo lascio uscire di casa senza mettere le scarpe”. L’autore applaudiva l’iniziativa della madre che, invece di disperarsi, aveva trovato il modo di sfogare la sua frustrazione con l’ironia. Saranno state una ventina di fotografie, con il bambino di 2-3 anni perfettamente visibile e riconoscibile. Inizialmente ho guardato tutte le immagini, trovando alcune anche parecchio divertenti. Poi mi è venuto spontaneo mettermi nei panni del figlio e immaginare come si sarebbe sentito nel sapere che la madre si stava prendendo gioco di lui davanti a migliaia di persone.

Mi è venuto spontaneo fare una breve ricerca sul tema, trovando il termine “kid-shaming” e scoprendo che deriva dal “dog-shaming”. Mi è sembrato molto chiaro che non fosse giusto trattare un bambino al pari di un cane o un gatto, eppure il kid-shaming era già un fenomeno popolarissimo.

Mi sono sorte tantissime domande circa le conseguenze a lungo termine di questa pratica. Cosa sarebbe successo quando, una volta cresciuti, i ragazzi avrebbero scoperto il materiale presente online su di loro? E i loro compagni di scuola come avrebbero reagito? Come si sarebbero sentiti i genitori di fronte al risentimento dei figli e all’impotenza di eliminare le immagini dalla rete una volta diventate virali?

Dal desiderio di favorire una discussione pubblica riguardo a questo fenomeno è nato “Farta”.

Ho potuto realizzare il progetto grazie ad un corso di produzione cinematografica che ho frequentato a Berlino tra il 2017 e il 2018. Grazie alla collaborazione dei miei compagni di corso come troupe, all’attrezzatura messa a disposizione dalla scuola (ai tempi dBs Film, ora Catalyst Institute of Creative Arts and Technology), alla partecipazione amichevole di tutto il cast formato sia da attori professionisti che emergenti e poi al supporto di altri creativi e professionisti residenti a Berlino, con un budget ristrettissimo abbiamo realizzato un piccolo film che ci ha dato molte soddisfazioni.

A chi ti sei ispirata per raccontare la storia di Theresa?

Inizialmente ho fatto una ricerca per vedere se esistessero già storie di adolescenti in lotta con i genitori per la loro immagine online. Ai tempi (2018) ho trovato un solo articolo riguardo una ragazza che aveva portato i genitori in tribunale (una bufala). Questo falso articolo mi è sembrato comunque verosimile ed è stato lo spunto per l’ambientazione del tribunale. Per Theresa ho cercato di prendere spunto, oltre alla storia della madre raccontata sopra, dalle fotografie condivise da amici e parenti su Facebook. Ho cercato di mostrare attraverso Theresa i vari motivi per i quali un genitore voglia condividere l’immagine del figlio online: quasi mai per dispetto, molto più spesso per orgoglio, per sfogo o per divertimento, senza pensarci troppo. Mai o quasi con l’intenzione di creare un danno alla reputazione online del figlio.

Qual è la peggior forma di sharenting che vedi attualmente online?

Qualche tempo fa c’è stato uno scandalo circa dei genitori che filmavano scherzi anche pesanti sui figli per guadagnare attraverso il canale Youtube di famiglia. Questo e altri esempi di genitori che “puniscono” pubblicamente i figli pre adolescenti per vantarsi dei propri metodi educativi sono per me tra le peggiori derive dello sharenting. Considero però anche altre forme molto pericolose. Le baby-star di Youtube, la documentazione di una nuova nascita a partire già dalla prima ecografia.. Bisogna a mio parere aprire un discorso pubblico serio e proteggere l’identità digitale dei bambini attraverso delle norme chiare e al passo con i tempi.