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Non mettiamo i figli in vetrina [intervista al settimanale F]

Sul numero 31 del 4 agosto 2020 del settimanale F di Cairo editore è stata pubblicata un’intervista a Gianluigi Bonanomi sullo sharenting.

Non mettiamo i figli in VETRINA

L’ultima è stata Wanda Nara, moglie del giocatore Mauro leardi: il Codacons l’ha accusata di “sfruttare” le sue bambine di 3 e 5 anni pubblicando su Instagram tutorial di makeup e cucina che le vedono protagoniste. Prima di lei nel mirino erano finiti Chiara Ferragni e Fedez che, quando il figlio Leone non era ancora nato, hanno postato la sua prima ecografia in 3D, e poi gli hanno aperto un profilo personale. I personaggi famosi non sono i soli a mettere in vetrina i figli sui social network: su Facebook lo fa il 98 per cento dei genitori. In Rete finiscono immagini, video, informazioni riservate e anche imbarazzanti.

Ma siamo sicuri che questa sovraesposizione faccia bene ai nostri ragazzi?

«La tendenza a condividere in maniera esagerata tutto ciò che riguarda i propri figli si chiama sharenting, un termine che deriva dalla fusione delle parole share, cioè condividere, e parenting, fare i genitori. Il fenomeno è aumentato durante il lockdown, quando ci siamo ritrovati da soli, a casa, con i nostri smartphone. Le conseguenze possono essere devastanti»

mette in guardia Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e esperto di comunicazione digitale, autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online (Mondadori Università, 11 euro), che spiega:

«Persone malintenzionate possono usare le informazioni che divulghiamo. Inoltre, molti adolescenti non la prendono bene quando trovano su Internet le loro foto da piccoli, magari svestiti».

Perché i genitori condividono questo tipo di informazioni?

«Viviamo tutti come in vetrina: non vediamo l’ora di postare sui social network i momenti più significativi della nostra giornata, dal piatto di pasta a ciò che guardiamo in tv, alle vacanze. Per una mamma o un papà la cosa più bella sono i figli: è naturale condividere ciò che li riguarda. Le foto buffe raccolgono like, chi soffre di insicurezza le pubblica per sentirsi apprezzato. Ma non si rende conto che potrebbe danneggiare la prole».

Come?

«Intanto, ce una violazione della privacy. Da un punto di vista legale un genitore può pubblicare ciò che vuole, ma se è divorziato deve avere il consenso dell’ex. Prima di postare qualcosa bisognerebbe chiedersi: come reagirà mio figlio tra qualche anno? Le foto buffe, come quelle che li ritraggono sul vasino o sporchi di cacca e così via, potrebbero causare il risentimento dei ragazzi, quando scopriranno che mamma e papà li hanno messi in ridicolo. All’estero alcuni di loro hanno denunciato i genitori. La figlia di Gwyneth Paltrow, Apple, ha rimproverato sua madre per aver postato una loro foto insieme».

C’è anche un rischio per la sicurezza?

«Certo. Molti pubblicano foto dei loro piccoli nudi, magari mentre fanno il bagnetto. Il 50 per cento delle immagini trovate nei database dei pedofili sono prese dai social network».

Però, le mamme e i papà non lo fanno apposta. Magari vogliono solo mostrare ai parenti lontani come crescono i propri figli.

«Bisognerebbe riflettere su ciò che stiamo pubblicando: è proprio necessario diffondere quel contenuto? Una volta che abbiamo condiviso una foto, anche sui gruppi chiusi di WhatsApp, non riusciamo più a controllarla. Perché chi sta dall’altra parte potrebbe pubblicarla o inoltrarla a qualcun altro».

Chi condivide più informazioni: le mamme o i papà?

«Le mamme, soprattutto nei primi anni di vita dei bambini. Qualcuna posta informazioni prima che il figlio sia nato: è ormai frequente vedere le ecografie online. Molte, ispirate dagli influencer, creano un profilo per i propri neonati e lo aggiornano con foto, video e pensieri che gli attribuiscono. Una volta cresciuti, i ragazzi si ritroveranno una identità digitale che magari non li rappresenta. Non sarebbe più giusto lasciare che siano loro a decidere se iscriversi ai social network e che cosa raccontare di sé?».

Ci sono fasce di età più a rischio sharenting?

«È un fenomeno che riguarda tutti i bambini, da 0 a 14 anni. I rischi aumentano man mano che crescono. All’asilo sono sovraesposti perché condividiamo le loro prime attività sociali. Inizia lo sharenting dei figli non propri: genitori che pubblicano le feste di compleanno senza “nascondere” i bambini degli altri. Alle elementari cominciano gli sport e le uscite e noi geolocalizziamo i nostri piccoli a scuola, in palestra, mettendo a repentaglio la loro sicurezza: chiunque potrebbe adescarli utilizzando le informazioni che diffondiamo. Oppure potrebbe usarle per rubare la loro identità digitale, crearsi un profilo falso per qualsiasi scopo. Ma la cosa più grave è che violiamo la privacy dei bambini senza chiedere il loro parere, nonostante abbiano già 8 o 9 anni e, magari, anche lo smartphone. Alle medie la situazione diventa esplosiva».

Per quale motivo?

«I ragazzi acquistano piena consapevolezza della propria identità digitale, cominciano a cercarsi online e trovano informazioni che non pensavano potessero essere state pubblicate. Provano imbarazzo e i problemi di autostima tipici di questa età possono ingigantirsi. Specie se sono vittime dei cyberbulli, che usano quelle foto imbarazzanti per metterli in ridicolo».

Lo sharenting riguarda anche i ragazzi più grandi?

«Dai 15 anni in su ormai sono quasi maggiorenni, hanno una maggiore consapevolezza. Vanno incontro ad altri problemi, come il sexting, che consiste nel condividere contenuti intimi, magari con il proprio fidanzatino. Quando finisce la relazione, quel materiale come
verrà utilizzato?».

Ma questo vale anche per WhatsApp o Telegram, oppure queste chat sono più protette?

«Vale per tutto: quando condividiamo una foto, un video o un’informazione, non possiamo sapere che uso ne farà chi la riceve e né se, magari ingenuamente, la condividerà sui propri social o con altre persone sempre su WhatsApp».

Ma, quindi, come devono comportarsi i genitori? Come si concilia il rischio di sharenting con la propria passione per i social network?

«Basta scegliere con buon senso le immagini e i canali giusti da utilizzare. Non esagerare con i dati personali, scegliere di oscurare i volti oppure cambiare inquadratura: se vuoi far vedere che sei in vacanza, non devi necessariamente mostrare il volto di tuo figlio. Controllare sempre le attività online dei propri ragazzi, affiancarli, far capire loro i rischi che si corrono stando in Rete. Usare gli strumenti di parental control, che inibiscono le chat con sconosciuti o la visita a siti non permessi. Educarli sin da piccoli li aiuterà a vivere bene la loro identità digitale da grandi».