Condividere in sicurezza le immagini dei figli… [Webinar con Mondadori Education]

Lunedì 30 novembre 2020 Mondadori Education, editore del libro Sharenting, mi ha chiesto di tenere un webinar per degli insegnanti (erano quali 600 i collegati). Con l’aiuto della giornalista del Corriere della Sera Valentina Santarpia ho parlato del tema del libro e risposto alle molte domande. Potete rivedere la registrazione della diretta qui:

Una nota: durante la diretta Valentina Santarpia ha citato l’intervista a un giudice sullo sharenting. La trovate qui:

Covid e Natale, “attenzione alle foto dei minori sui social”

Questa la presentazione dell’evento:

Quando si parla di tecnologia in famiglia, spesso i riflettori sono puntati sui figli, considerati il problema. Invece sempre più di frequente sono i genitori stessi a non comprendere a pieno i rischi della Rete e sono i primi a esporre immagini dei propri figli online, dal momento della nascita in poi (a volte prima). Tutto quello che un tempo veniva immortalato e custodito gelosamente negli album di famiglia oggi viene condiviso, spesso senza filtri e freni, sulle bacheche dei social network. Un fenomeno che prende il nome di sharenting, neologismo nato dall’unione del verbo “to share” (condividere) e dal termine parenting, che potremmo tradurre liberamente come “fare il genitore”. L’accezione non è positiva, dato che il genitore che si lascia prendere la mano dallo sharenting è quello che tende a condividere troppe informazioni, non rispettando – spesso senza rendersene conto – la privacy dei figli”.

Relatore Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore. Dopo la laurea con tesi sulle relazioni on-line nel 2001, ha lavorato per una dozzina d’anni nel settore dell’editoria informatica (soprattutto per Computer Idea). Ha scritto diversi saggi e manuali sulla tecnologia, compresi due libri per genitori: Navigazione familiare e Prontuario per genitori di nativi digitali. Ha lanciato il primo podcast italiano su genitorialità e tecnologia. Attualmente si occupa di formazione sui temi del digitale. E’ autore di Sharenting per Mondadori Università.

Moderatrice Valentina Santarpia, giornalista professionista. Laureata in Scienze della comunicazione, ha conseguito un master in giornalismo alla Luiss Guido Carli, è redattrice del Corriere della sera e si occupa di temi legati a scuola, educazione e apprendimento.

Sharenting è tra i testi consigliati di Genitorinrete.it

Genitorinrete.it è una community di volontari con la certificazione italiana come genitori digitali – Certificato Cyberscudo – Battilbullismo (AICA) che si occupa di educazione digitale per genitori ed educatori. Molto interessante il loro manifesto:

È un grande piacere per noi segnalare che Sharenting è tra i libri consigliati nella sezione delle risorse del sito.

“Sharenting e tecnologia in famiglia”: webinar con CoderDojo Brianza del 30 ottobre 2020

Iperconnessione e sharenting: l’intervista alla psicologa Giulia Giorgi

Giulia Giorgi è una psicoterapeuta cognitivo comportamentale che si occupa di educazione, supporto all’età evolutiva e genitorialità. Ha realizzato il percorso ConnessiOFFline: un ciclo di incontri per genitori che si trovano in difficoltà nella gestione di figli iperconnessi, sempre collegati ai social, allo smartphone, alla Rete in generale. Le ho fatto qualche domanda su questi temi e, ovviamente, sullo sharenting.

La dipendenza dalla tecnologia ha subito una veloce impennata a causa del lockdown, ma non tutti i genitori e le famiglie hanno cognizione del problema. Come aiuti le famiglie da questo punto di vista?

Con ConnessiOFFline voglio mettere a disposizione le mie competenze come psicologia per fornire strumenti pratici, strategie, esercizi studiati per ogni situazione famigliare. Non è dire “NO” al digitale oppure allo smarthphone a prescindere: penso sia impossibile; io stessa, come professionista e donna, lo utilizzo quotidianamente per lavoro.

Parto dall’assunto che quando un genitore mi dice che suo figlio sta troppo connesso, non esce più di casa, sta chiuso nella sua stanza e non sa come parlargli, c’è paura di “disturbarlo” mentre è connesso, questi siano comportamenti e atteggiamenti che sottendono un clima famigliare alterato, forse problematico, o comunque un sistema in cui qualcosa, anche a livello emotivo, potrebbe essere sfuggito al genitore. Per questo “connessi offline”: impariamo a ritornare connessi a livello emotivo coi nostri ragazzi sia quando sono OFF line sia quando non lo sono. Occorre strutturare regole, modi, comportamenti per stare con loro, per fare qualcosa con loro anche quando sono nel loro mondo virtuale, per dedicare più tempo per stare “insieme”.

Qual è la responsabilità dei genitori nei fenomeni di iperconnessione dei figli?

I genitori che lasciano il cellulare e la Rete in mano ai ragazzi, senza dare regole, hanno da un lato l’illusione del controllo (mio figlio è in casa e gioca online, non esce, non ci sono pericoli…) dall’altro risponde a un’esigenza: non hanno più tempo, dopo il lavoro, da dedicare ai figli e la tecnologia è comoda, fa da baby-sitter, come la TV.

In ogni caso fare i genitori è un mestiere complicato, soprattutto da un punto di vista emotivo. Saper empatizzare con le emozioni dei figli, sentire quello che provano, comprenderli, saperli ascoltare restano compiti molto difficili e non così lontani dalle dinamiche “pericolose“ del digitale.

Dal punto di vista psicologico, c’entra anche la questione identitaria?

La pubertà e l’adolescenza sono caratterizzate dal delicato processo di definizione della propria identità e personalità: un processo fisiologico e psicologico delicato e peculiare dell’adolescenza. Ormai è risaputo come attraverso i social tutti cerchino di mostrare la propria parte migliore (il profilo giusto, l’outfit giusto, la luce giusta, il filtro che ci rende più belli o naturali…) e questo perché la realtà virtuale ci permette di comunicare agli altri un’immagine quasi idealizzata di noi per ottenere approvazione, accettazione, diventare famosi.

Questi aspetti – in qualche modo finalizzati al like e impressionare il follower – innescano l’attivazione dopaminergica insita nel desiderio e nell’eccitazione dell’attesa, alla base dello sviluppo di comportamenti dipendenti. Al di là dei comportamenti dipendenti, i ragazzi cercano se stessi online, confondendo realtà e finzione.

E cosa succede con lo sharenting?

Il genitore, che tra i compiti evolutivi di cura dovrebbe avere quello della protezione, dovrebbe essere custode dei dati personali dei suoi figli così come della sue educazione. Padri e madri si appropriano del delicato processo di definizione di un’identità “digitale” del figlio, spesso senza che questo ne sia informato o consapevole. Penso che sia dovere di un genitore soffermarsi su quanto rischioso possa essere interferire con il delicato processo di definizione dell’identità dei loro figli.

Si parla delle motivazioni che stanno alla base della tendenza allo sharenting: tra queste vi è l’appagamento narcisistico?

Queste motivazioni potrebbero essere analizzate e indagate anche in vista di una riduzione e prevenzione dei danni conseguenti.

(Per un approfondimento cito un articolo che avevo scritto per la rivista State of Mind: Facebook & Mamme Moderne: vi presento il mio bambino!)

Quando parlo ai genitori che mi chiedono come si fa ad essere “bravi genitori” parto sempre dal principio: oggi essere genitori non è più facile o  difficile di come lo è stato per i nostri nonni o genitori, ma solamente ci sono più studi a riguardo. La società è più accelerata e flessibile, più esigente e – cosa da non trascurare – si diventa spesso genitori più avanti con l’età: questo, soprattutto per le donne, si correla anche alla necessità di realizzazione personale e lavorativa che, appunto, tende ad arrivare dai 35 anni in su. I social, per alcune mamme, sono uno svago, un divertimento anche prima dell’arrivo del bambino, momento a partire dal quale possono anche divenire uno strumento di condivisione delle gioie e difficoltà della fase della gravidanza ma anche della maternità. Per altre ancora i blog hanno aperto le opportunità di scambio per creare e reinventarsi nuove attività lavorative, soprattutto e anche in funzione della necessità di dover avere più tempo per stare a casa mentre si lavora. Anche senza parlare di dipendenza da Internet, certe mamme non potrebbero fare a meno di aggiornare quotidianamente il proprio status di Facebook (o quello del loro baby) per mantenere alto l’interesse altrui su di loro o, perché no?, “ alimentare” i tratti narcisistici della personalità.

Ricapitolando: si potrebbe ipotizzare che i genitori che tendono all’overshare della vita dei loro bambini potrebbero avere una spiccata predisposizione a tratti narcisisti di personalità?

Di certo le mamme moderne tendono sempre più a sperimentare la maternità e, in seguito, la gravidanza in età più avanzata, verso i 40 anni, interpretandolo come un successo personale di cui essere orgogliose. Tra le mamme over 30, spesso, i cambiamenti fisiologici del corpo per la gravidanza sono investiti di nuovi significati. Dunque pubblicare e condividere online e su Facebook le foto del proprio corpo dopo il parto o le immagini del proprio bimbo potrebbe essere visto come un successo: “Che cosa sono stata capace di generare pur restando fisicamente perfetta e immutata”. Potrebbero essere tutti spunti di riflessione interessanti.

Parliamo di sharenting da un punto di vista evoluzionistico?

La cura, da un punto di vista psicologico più che una delle emozioni di base, secondo me è il risultato, l’obiettivo cui tende la genitorialità. Parlo di progetto educativo, inteso come insieme di funzioni di supporto alla crescita tra cui cura e accudimento, ma anche trasmissione di regole (autorevolezza) e di capacità di contenere e saper gestire i figli (anche da un punto di vista emotivo). La cura e l’accudimento riguardano il dare amore, il soddisfacimento dei bisogni fisiologici ma anche il prendersi cura, l’esserci, proteggendo i figli in tutto il corso della loro vita.

Da queste presupposti mi collego a quanto scritto nel tuo libro Sharenting. Citi alcune “catene” di post sui social da parte di alcune mamme: fenomeni  che testimoniano la ricerca di approvazione attraverso i like; questi aspetti costituiscono un’inversione di rotta della CURA del progetto genitoriale. Non si criticano le condotte di alcuni genitori a priori, ma mi auguro che chi leggerà quest’intervista possa ricordare come noi adulti, quando diventiamo genitori, siamo investiti di un ruolo educativo, di trasmissione del sapere, dare protezione, contenimento e guida: non facciamo in modo che siano i social a strapparci di mano gli obiettivi del nostro ruolo.

Sharenting, intervista a Evita Comes di Bimbiaroma

La tanto bistrattata Rete – per alcuni luogo che favorisce l’egoismo e penalizza le relazioni – mi ha permesso, grazie al libro Sharenting, di conoscere tante persone impegnate sul fronte della comunicazione per le famiglie. Tra queste anche Evita Comes di Bimbiaroma, che ho intervistato sul tema della sovraesposizione dei figli online.

Ciao Evita, ti sei mai confrontato con il tema della sovraesposizione online?

Di certo, come credo tutti noi, ricordo alcune foto di me da piccola decisamente imbarazzanti. Forse risalgono soprattutto al periodo preadolescenziale, altre invece a quando ero più piccola e mia madre si divertiva a vestirmi e conciarmi in un modo che oggi potrebbe essere considerato quasi ottocentesco. Se oggi mia madre pubblicasse quelle foto di me su almeno uno dei tanti social network che utilizziamo, sicuramente potrei diventare oggetto di commenti di qualche leone da tastiera oppure, nel peggiore dei casi, se la mia foto venisse pubblicata in un gruppo chiuso e poco controllato, probabilmente il giro di quella foto sarebbe più ristretto ma sicuramente passerebbe tra le mani di estranei.

E nell’era del Web e dei social?

Noi crediamo di avere sotto controllo l’utilizzo che facciamo delle nostre informazioni private sul Web, ma in realtà non è così ed oggi molto più di ieri a scontare di questa mancata tutela sono prima di tutto i nostri figli che il più delle volte, completamente inconsapevoli, collezionano album di se stessi sui profili Facebook e Instragram di mamma e papà, per citare solo due delle piattaforme social più utilizzate in assoluto dalla popolazione mondiale.

Ma è sempre un male?

Essere felici e fieri della genitorialità acquisita non ha, a mio parere, nulla di sconveniente. Anzi, è una soddisfazione e un regalo che la vita ci fa senza eguali.

Quando, secondo te, diventa pericoloso?

Quando ricorriamo alla condivisione di alcune informazioni troppo personali che riguardano noi, ma soprattutto i nostri figli. Creare quasi una sorta di vita parallela dei bambini sul web che letteralmente “crescono” attraverso i nostri post.

Hai dei suggerimenti per i genitori che vogliono condividere in sicurezza?

Io condivido immagini di mia figlia con il viso sempre coperto da emoji oppure da sticker a forma di cuore, altrimenti cerco di farle delle foto in cui il volto non è visibile.

Voi consigliare delle lettura per approfondire?

Per tutte le età, bambini e adulti, suggerisco un libro acquistato da poco ma che già balza nella top ten dei miei libri preferiti. Si tratta di “Come diventare un esploratore del mondo” di Keri Smith, libro fotografico e ricco di illustrazioni, edito da Corraini Edizioni. Buona lettura a tutti!

“Mio marito pubblica le foto dei figli su Facebook…” [Pellai, Famiglia Cristiana, cita Sharenting]

Sul numero del 16 agosto di Famiglia Cristiana Alberto Pellai, rispondendo a una lettrice, cita il libro Sharenting:

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Instamom: come diventare una “mamma social” senza mettere a rischio i bambini [Agenda Digitale]

Questo articolo, a firma Gianluigi Bonanomi, è stato pubblicato su Agenda Digitale il 15 agosto 2020.

Instamom: come diventare una “mamma social” senza mettere a rischio i bambini

Non più (solo) celebrity moms che raccontavano la quotidianità e normalità della loro vita attraverso post e video: ora è il turno delle mamme 2.0 di guadagnare attraverso la pubblicazione di contenuti social. Un ritratto delle Instamom e qualche consiglio per evitare e difendere la privacy dei bambini

I social network si stanno rivelando alleati sempre più preziosi per le giovani mamme, non solo per scattare selfie su Instagram e condividere consigli utili o aneddoti divertenti, ma per guadagnare attraverso la pubblicazione di contenuti. Cifre che poi variano in base ai follower e all’interesse generato e per certi post/campagne alcune mamme riescono ad arrivare a compensi fuori dall’ordinario (anche a sei cifre!).

Promuovere un marchio, diventare ambasciatrice di una particolare azienda o lanciare una propria linea di prodotti è diventato un lavoro 24 ore su 24, 7 giorni su 7 per le mamme 2.0 che sfruttano questi canali di condivisione per parlare delle loro esperienze di vita quotidiana, dei problemi nel conciliare la famiglia e la carriera e altro ancora.

Instagram sembra essere la piattaforma preferita dalle mamme e i numeri sono sorprendenti: l’hashtag #instamom ha oltre 5 milioni di post pubblici.

#Instamom

Nei Paesi anglosassoni hanno coniato un soprannome per queste mamme sempre connesse a Instagram: le “Instamom”. Per un’azienda avere una di queste Instamom rappresenta un indiscusso vantaggio commerciale, considerando che le madri gestiscono l’85% degli acquisti delle famiglie e trascorrono più di tre ore connesse online. In quest’era dominata da contenuti sponsorizzati e da influencer, poter contare su un’ambasciatrice con migliaia o milioni di fan è diventato fondamentale per molte aziende. Instagram non è diventato solo il luogo dove condividere la felicità e la gioia di essere mamma, si è trasformato nella piattaforma ideale per guadagnare attraverso le sponsorizzazioni di prodotti e campagne pubblicitarie. Perché una vera Instamom promuove e può promuovere di tutto, suggerendo alle neomamme la copertina ideale per il lettino del bebè o l’accappatoio per il bagnetto, il detergente perfetto per evitare qualsiasi tipo di allergia e così via. Non solo suggerimenti per gli acquisti, perché le Instamom danno preziosi consigli su come allattare al seno o su come gestire situazioni potenzialmente problematiche. Molti critici sostengono che queste mamme 2.0 stiano semplicemente sfruttando la situazione cercando di monetizzare il più possibile, esponendo i propri bambini alla luce della ribalta, curandone in modo ossessivo l’immagine e imponendo loro delle abitudini discutibili in nome al consumo più sfrenato. E non sorprende più di tanto scoprire – grazie a uno studio condotto dall’Università della California – che il sogno di ogni adolescente sia quello di diventare famoso, di essere una celebrità. Un desiderio che sembra attirare i bambini già in età preadolescenziale.

Una realtà distorta

Una vita all’insegna dei “Mi piace” e alla ricerca costante di visualizzazioni può rivelarsi dannosa, quando si hanno genitori disposti a tutto per guadagnare milioni di euro. Infatti, Instagram è popolato da piccole star create da amorevoli mamme che le hanno trasformate in fenomeni virali. Questa visione “idealistica” del rapporto tra genitori e figli è assolutamente distorta e lontana dalla realtà, e può avere delle pesanti ripercussioni in futuro sulla psiche e la crescita del bambino. I social media nella versione più estrema (lo sharenting) espongono i bambini a fenomeni legati al cyberbullismo e non solo: foto e post sono pubblici e possono essere facilmente ripubblicati e visualizzati da chiunque. Purtroppo, ogni Instamom pubblicando foto o una storia su Instagram mette in pericolo l’identità del proprio bambino e ne facilita l’utilizzo per scopi illeciti ed eventuali abusi: diversi siti di pornografia minorile sfruttano proprio i contenuti prodotti dai social media. Ci sono poi utenti che creano nuovi account “solo” per rubare foto di bambini e, purtroppo, Instagram non riesce a fermare questo pericoloso fenomeno. L’unico modo che i genitori hanno per difendere la privacy dei propri figli è quello di segnalare e bloccare questi utenti e di utilizzare qualche watermark (filigrana) sulle proprie immagini per dissuadere i malintenzionati da ogni possibile utilizzo senza permesso.

Consigli per evitare abusi

È importante ricordare che il modo più sicuro per evitare qualsiasi tipo di abuso è quello di non pubblicare foto dei propri figli! Se vogliamo diventare una mamma 2.0 possiamo comunque seguire una serie di consigli per rendere il nostro account pubblico un po’ più sicuro. Prima di postare una foto è importante ricordare che ciò che pubblichiamo resterà per sempre online, anche se lo rimuoviamo.

La prima regola è controllare e limitare chi ci segue (follower): è un’operazione che richiede tempo ma è fondamentale bloccare quegli account sospetti che non hanno un’immagine pubblica (o che non sembrano gestiti da persone reali) o quelli che sono privati e non permettono di vedere nulla.

Da evitare poi il geotagging o il tagging di qualsiasi tipo che forniscono troppi dati ai malintenzionati: è consigliato non pubblicare mai la propria posizione a meno che non ci si trova in un luogo pubblico, mentre è sconsigliabile postare foto nella propria abitazione.

Infine, mai usare il vero nome del proprio figlio/figlia: usate soprannomi o pseudonimi per proteggerne l’identità online.

Non mettiamo i figli in vetrina [intervista al settimanale F]

Sul numero 31 del 4 agosto 2020 del settimanale F di Cairo editore è stata pubblicata un’intervista a Gianluigi Bonanomi sullo sharenting.

Non mettiamo i figli in VETRINA

L’ultima è stata Wanda Nara, moglie del giocatore Mauro leardi: il Codacons l’ha accusata di “sfruttare” le sue bambine di 3 e 5 anni pubblicando su Instagram tutorial di makeup e cucina che le vedono protagoniste. Prima di lei nel mirino erano finiti Chiara Ferragni e Fedez che, quando il figlio Leone non era ancora nato, hanno postato la sua prima ecografia in 3D, e poi gli hanno aperto un profilo personale. I personaggi famosi non sono i soli a mettere in vetrina i figli sui social network: su Facebook lo fa il 98 per cento dei genitori. In Rete finiscono immagini, video, informazioni riservate e anche imbarazzanti.

Ma siamo sicuri che questa sovraesposizione faccia bene ai nostri ragazzi?

«La tendenza a condividere in maniera esagerata tutto ciò che riguarda i propri figli si chiama sharenting, un termine che deriva dalla fusione delle parole share, cioè condividere, e parenting, fare i genitori. Il fenomeno è aumentato durante il lockdown, quando ci siamo ritrovati da soli, a casa, con i nostri smartphone. Le conseguenze possono essere devastanti»

mette in guardia Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e esperto di comunicazione digitale, autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online (Mondadori Università, 11 euro), che spiega:

«Persone malintenzionate possono usare le informazioni che divulghiamo. Inoltre, molti adolescenti non la prendono bene quando trovano su Internet le loro foto da piccoli, magari svestiti».

Perché i genitori condividono questo tipo di informazioni?

«Viviamo tutti come in vetrina: non vediamo l’ora di postare sui social network i momenti più significativi della nostra giornata, dal piatto di pasta a ciò che guardiamo in tv, alle vacanze. Per una mamma o un papà la cosa più bella sono i figli: è naturale condividere ciò che li riguarda. Le foto buffe raccolgono like, chi soffre di insicurezza le pubblica per sentirsi apprezzato. Ma non si rende conto che potrebbe danneggiare la prole».

Come?

«Intanto, ce una violazione della privacy. Da un punto di vista legale un genitore può pubblicare ciò che vuole, ma se è divorziato deve avere il consenso dell’ex. Prima di postare qualcosa bisognerebbe chiedersi: come reagirà mio figlio tra qualche anno? Le foto buffe, come quelle che li ritraggono sul vasino o sporchi di cacca e così via, potrebbero causare il risentimento dei ragazzi, quando scopriranno che mamma e papà li hanno messi in ridicolo. All’estero alcuni di loro hanno denunciato i genitori. La figlia di Gwyneth Paltrow, Apple, ha rimproverato sua madre per aver postato una loro foto insieme».

C’è anche un rischio per la sicurezza?

«Certo. Molti pubblicano foto dei loro piccoli nudi, magari mentre fanno il bagnetto. Il 50 per cento delle immagini trovate nei database dei pedofili sono prese dai social network».

Però, le mamme e i papà non lo fanno apposta. Magari vogliono solo mostrare ai parenti lontani come crescono i propri figli.

«Bisognerebbe riflettere su ciò che stiamo pubblicando: è proprio necessario diffondere quel contenuto? Una volta che abbiamo condiviso una foto, anche sui gruppi chiusi di WhatsApp, non riusciamo più a controllarla. Perché chi sta dall’altra parte potrebbe pubblicarla o inoltrarla a qualcun altro».

Chi condivide più informazioni: le mamme o i papà?

«Le mamme, soprattutto nei primi anni di vita dei bambini. Qualcuna posta informazioni prima che il figlio sia nato: è ormai frequente vedere le ecografie online. Molte, ispirate dagli influencer, creano un profilo per i propri neonati e lo aggiornano con foto, video e pensieri che gli attribuiscono. Una volta cresciuti, i ragazzi si ritroveranno una identità digitale che magari non li rappresenta. Non sarebbe più giusto lasciare che siano loro a decidere se iscriversi ai social network e che cosa raccontare di sé?».

Ci sono fasce di età più a rischio sharenting?

«È un fenomeno che riguarda tutti i bambini, da 0 a 14 anni. I rischi aumentano man mano che crescono. All’asilo sono sovraesposti perché condividiamo le loro prime attività sociali. Inizia lo sharenting dei figli non propri: genitori che pubblicano le feste di compleanno senza “nascondere” i bambini degli altri. Alle elementari cominciano gli sport e le uscite e noi geolocalizziamo i nostri piccoli a scuola, in palestra, mettendo a repentaglio la loro sicurezza: chiunque potrebbe adescarli utilizzando le informazioni che diffondiamo. Oppure potrebbe usarle per rubare la loro identità digitale, crearsi un profilo falso per qualsiasi scopo. Ma la cosa più grave è che violiamo la privacy dei bambini senza chiedere il loro parere, nonostante abbiano già 8 o 9 anni e, magari, anche lo smartphone. Alle medie la situazione diventa esplosiva».

Per quale motivo?

«I ragazzi acquistano piena consapevolezza della propria identità digitale, cominciano a cercarsi online e trovano informazioni che non pensavano potessero essere state pubblicate. Provano imbarazzo e i problemi di autostima tipici di questa età possono ingigantirsi. Specie se sono vittime dei cyberbulli, che usano quelle foto imbarazzanti per metterli in ridicolo».

Lo sharenting riguarda anche i ragazzi più grandi?

«Dai 15 anni in su ormai sono quasi maggiorenni, hanno una maggiore consapevolezza. Vanno incontro ad altri problemi, come il sexting, che consiste nel condividere contenuti intimi, magari con il proprio fidanzatino. Quando finisce la relazione, quel materiale come
verrà utilizzato?».

Ma questo vale anche per WhatsApp o Telegram, oppure queste chat sono più protette?

«Vale per tutto: quando condividiamo una foto, un video o un’informazione, non possiamo sapere che uso ne farà chi la riceve e né se, magari ingenuamente, la condividerà sui propri social o con altre persone sempre su WhatsApp».

Ma, quindi, come devono comportarsi i genitori? Come si concilia il rischio di sharenting con la propria passione per i social network?

«Basta scegliere con buon senso le immagini e i canali giusti da utilizzare. Non esagerare con i dati personali, scegliere di oscurare i volti oppure cambiare inquadratura: se vuoi far vedere che sei in vacanza, non devi necessariamente mostrare il volto di tuo figlio. Controllare sempre le attività online dei propri ragazzi, affiancarli, far capire loro i rischi che si corrono stando in Rete. Usare gli strumenti di parental control, che inibiscono le chat con sconosciuti o la visita a siti non permessi. Educarli sin da piccoli li aiuterà a vivere bene la loro identità digitale da grandi».