“Sharenting e tecnologia in famiglia”: webinar con CoderDojo Brianza del 30 ottobre 2020

Iperconnessione e sharenting: l’intervista alla psicologa Giulia Giorgi

Giulia Giorgi è una psicoterapeuta cognitivo comportamentale che si occupa di educazione, supporto all’età evolutiva e genitorialità. Ha realizzato il percorso ConnessiOFFline: un ciclo di incontri per genitori che si trovano in difficoltà nella gestione di figli iperconnessi, sempre collegati ai social, allo smartphone, alla Rete in generale. Le ho fatto qualche domanda su questi temi e, ovviamente, sullo sharenting.

La dipendenza dalla tecnologia ha subito una veloce impennata a causa del lockdown, ma non tutti i genitori e le famiglie hanno cognizione del problema. Come aiuti le famiglie da questo punto di vista?

Con ConnessiOFFline voglio mettere a disposizione le mie competenze come psicologia per fornire strumenti pratici, strategie, esercizi studiati per ogni situazione famigliare. Non è dire “NO” al digitale oppure allo smarthphone a prescindere: penso sia impossibile; io stessa, come professionista e donna, lo utilizzo quotidianamente per lavoro.

Parto dall’assunto che quando un genitore mi dice che suo figlio sta troppo connesso, non esce più di casa, sta chiuso nella sua stanza e non sa come parlargli, c’è paura di “disturbarlo” mentre è connesso, questi siano comportamenti e atteggiamenti che sottendono un clima famigliare alterato, forse problematico, o comunque un sistema in cui qualcosa, anche a livello emotivo, potrebbe essere sfuggito al genitore. Per questo “connessi offline”: impariamo a ritornare connessi a livello emotivo coi nostri ragazzi sia quando sono OFF line sia quando non lo sono. Occorre strutturare regole, modi, comportamenti per stare con loro, per fare qualcosa con loro anche quando sono nel loro mondo virtuale, per dedicare più tempo per stare “insieme”.

Qual è la responsabilità dei genitori nei fenomeni di iperconnessione dei figli?

I genitori che lasciano il cellulare e la Rete in mano ai ragazzi, senza dare regole, hanno da un lato l’illusione del controllo (mio figlio è in casa e gioca online, non esce, non ci sono pericoli…) dall’altro risponde a un’esigenza: non hanno più tempo, dopo il lavoro, da dedicare ai figli e la tecnologia è comoda, fa da baby-sitter, come la TV.

In ogni caso fare i genitori è un mestiere complicato, soprattutto da un punto di vista emotivo. Saper empatizzare con le emozioni dei figli, sentire quello che provano, comprenderli, saperli ascoltare restano compiti molto difficili e non così lontani dalle dinamiche “pericolose“ del digitale.

Dal punto di vista psicologico, c’entra anche la questione identitaria?

La pubertà e l’adolescenza sono caratterizzate dal delicato processo di definizione della propria identità e personalità: un processo fisiologico e psicologico delicato e peculiare dell’adolescenza. Ormai è risaputo come attraverso i social tutti cerchino di mostrare la propria parte migliore (il profilo giusto, l’outfit giusto, la luce giusta, il filtro che ci rende più belli o naturali…) e questo perché la realtà virtuale ci permette di comunicare agli altri un’immagine quasi idealizzata di noi per ottenere approvazione, accettazione, diventare famosi.

Questi aspetti – in qualche modo finalizzati al like e impressionare il follower – innescano l’attivazione dopaminergica insita nel desiderio e nell’eccitazione dell’attesa, alla base dello sviluppo di comportamenti dipendenti. Al di là dei comportamenti dipendenti, i ragazzi cercano se stessi online, confondendo realtà e finzione.

E cosa succede con lo sharenting?

Il genitore, che tra i compiti evolutivi di cura dovrebbe avere quello della protezione, dovrebbe essere custode dei dati personali dei suoi figli così come della sue educazione. Padri e madri si appropriano del delicato processo di definizione di un’identità “digitale” del figlio, spesso senza che questo ne sia informato o consapevole. Penso che sia dovere di un genitore soffermarsi su quanto rischioso possa essere interferire con il delicato processo di definizione dell’identità dei loro figli.

Si parla delle motivazioni che stanno alla base della tendenza allo sharenting: tra queste vi è l’appagamento narcisistico?

Queste motivazioni potrebbero essere analizzate e indagate anche in vista di una riduzione e prevenzione dei danni conseguenti.

(Per un approfondimento cito un articolo che avevo scritto per la rivista State of Mind: Facebook & Mamme Moderne: vi presento il mio bambino!)

Quando parlo ai genitori che mi chiedono come si fa ad essere “bravi genitori” parto sempre dal principio: oggi essere genitori non è più facile o  difficile di come lo è stato per i nostri nonni o genitori, ma solamente ci sono più studi a riguardo. La società è più accelerata e flessibile, più esigente e – cosa da non trascurare – si diventa spesso genitori più avanti con l’età: questo, soprattutto per le donne, si correla anche alla necessità di realizzazione personale e lavorativa che, appunto, tende ad arrivare dai 35 anni in su. I social, per alcune mamme, sono uno svago, un divertimento anche prima dell’arrivo del bambino, momento a partire dal quale possono anche divenire uno strumento di condivisione delle gioie e difficoltà della fase della gravidanza ma anche della maternità. Per altre ancora i blog hanno aperto le opportunità di scambio per creare e reinventarsi nuove attività lavorative, soprattutto e anche in funzione della necessità di dover avere più tempo per stare a casa mentre si lavora. Anche senza parlare di dipendenza da Internet, certe mamme non potrebbero fare a meno di aggiornare quotidianamente il proprio status di Facebook (o quello del loro baby) per mantenere alto l’interesse altrui su di loro o, perché no?, “ alimentare” i tratti narcisistici della personalità.

Ricapitolando: si potrebbe ipotizzare che i genitori che tendono all’overshare della vita dei loro bambini potrebbero avere una spiccata predisposizione a tratti narcisisti di personalità?

Di certo le mamme moderne tendono sempre più a sperimentare la maternità e, in seguito, la gravidanza in età più avanzata, verso i 40 anni, interpretandolo come un successo personale di cui essere orgogliose. Tra le mamme over 30, spesso, i cambiamenti fisiologici del corpo per la gravidanza sono investiti di nuovi significati. Dunque pubblicare e condividere online e su Facebook le foto del proprio corpo dopo il parto o le immagini del proprio bimbo potrebbe essere visto come un successo: “Che cosa sono stata capace di generare pur restando fisicamente perfetta e immutata”. Potrebbero essere tutti spunti di riflessione interessanti.

Parliamo di sharenting da un punto di vista evoluzionistico?

La cura, da un punto di vista psicologico più che una delle emozioni di base, secondo me è il risultato, l’obiettivo cui tende la genitorialità. Parlo di progetto educativo, inteso come insieme di funzioni di supporto alla crescita tra cui cura e accudimento, ma anche trasmissione di regole (autorevolezza) e di capacità di contenere e saper gestire i figli (anche da un punto di vista emotivo). La cura e l’accudimento riguardano il dare amore, il soddisfacimento dei bisogni fisiologici ma anche il prendersi cura, l’esserci, proteggendo i figli in tutto il corso della loro vita.

Da queste presupposti mi collego a quanto scritto nel tuo libro Sharenting. Citi alcune “catene” di post sui social da parte di alcune mamme: fenomeni  che testimoniano la ricerca di approvazione attraverso i like; questi aspetti costituiscono un’inversione di rotta della CURA del progetto genitoriale. Non si criticano le condotte di alcuni genitori a priori, ma mi auguro che chi leggerà quest’intervista possa ricordare come noi adulti, quando diventiamo genitori, siamo investiti di un ruolo educativo, di trasmissione del sapere, dare protezione, contenimento e guida: non facciamo in modo che siano i social a strapparci di mano gli obiettivi del nostro ruolo.

Sharenting, intervista a Evita Comes di Bimbiaroma

La tanto bistrattata Rete – per alcuni luogo che favorisce l’egoismo e penalizza le relazioni – mi ha permesso, grazie al libro Sharenting, di conoscere tante persone impegnate sul fronte della comunicazione per le famiglie. Tra queste anche Evita Comes di Bimbiaroma, che ho intervistato sul tema della sovraesposizione dei figli online.

Ciao Evita, ti sei mai confrontato con il tema della sovraesposizione online?

Di certo, come credo tutti noi, ricordo alcune foto di me da piccola decisamente imbarazzanti. Forse risalgono soprattutto al periodo preadolescenziale, altre invece a quando ero più piccola e mia madre si divertiva a vestirmi e conciarmi in un modo che oggi potrebbe essere considerato quasi ottocentesco. Se oggi mia madre pubblicasse quelle foto di me su almeno uno dei tanti social network che utilizziamo, sicuramente potrei diventare oggetto di commenti di qualche leone da tastiera oppure, nel peggiore dei casi, se la mia foto venisse pubblicata in un gruppo chiuso e poco controllato, probabilmente il giro di quella foto sarebbe più ristretto ma sicuramente passerebbe tra le mani di estranei.

E nell’era del Web e dei social?

Noi crediamo di avere sotto controllo l’utilizzo che facciamo delle nostre informazioni private sul Web, ma in realtà non è così ed oggi molto più di ieri a scontare di questa mancata tutela sono prima di tutto i nostri figli che il più delle volte, completamente inconsapevoli, collezionano album di se stessi sui profili Facebook e Instragram di mamma e papà, per citare solo due delle piattaforme social più utilizzate in assoluto dalla popolazione mondiale.

Ma è sempre un male?

Essere felici e fieri della genitorialità acquisita non ha, a mio parere, nulla di sconveniente. Anzi, è una soddisfazione e un regalo che la vita ci fa senza eguali.

Quando, secondo te, diventa pericoloso?

Quando ricorriamo alla condivisione di alcune informazioni troppo personali che riguardano noi, ma soprattutto i nostri figli. Creare quasi una sorta di vita parallela dei bambini sul web che letteralmente “crescono” attraverso i nostri post.

Hai dei suggerimenti per i genitori che vogliono condividere in sicurezza?

Io condivido immagini di mia figlia con il viso sempre coperto da emoji oppure da sticker a forma di cuore, altrimenti cerco di farle delle foto in cui il volto non è visibile.

Voi consigliare delle lettura per approfondire?

Per tutte le età, bambini e adulti, suggerisco un libro acquistato da poco ma che già balza nella top ten dei miei libri preferiti. Si tratta di “Come diventare un esploratore del mondo” di Keri Smith, libro fotografico e ricco di illustrazioni, edito da Corraini Edizioni. Buona lettura a tutti!

Non mettiamo i figli in vetrina [intervista al settimanale F]

Sul numero 31 del 4 agosto 2020 del settimanale F di Cairo editore è stata pubblicata un’intervista a Gianluigi Bonanomi sullo sharenting.

Non mettiamo i figli in VETRINA

L’ultima è stata Wanda Nara, moglie del giocatore Mauro leardi: il Codacons l’ha accusata di “sfruttare” le sue bambine di 3 e 5 anni pubblicando su Instagram tutorial di makeup e cucina che le vedono protagoniste. Prima di lei nel mirino erano finiti Chiara Ferragni e Fedez che, quando il figlio Leone non era ancora nato, hanno postato la sua prima ecografia in 3D, e poi gli hanno aperto un profilo personale. I personaggi famosi non sono i soli a mettere in vetrina i figli sui social network: su Facebook lo fa il 98 per cento dei genitori. In Rete finiscono immagini, video, informazioni riservate e anche imbarazzanti.

Ma siamo sicuri che questa sovraesposizione faccia bene ai nostri ragazzi?

«La tendenza a condividere in maniera esagerata tutto ciò che riguarda i propri figli si chiama sharenting, un termine che deriva dalla fusione delle parole share, cioè condividere, e parenting, fare i genitori. Il fenomeno è aumentato durante il lockdown, quando ci siamo ritrovati da soli, a casa, con i nostri smartphone. Le conseguenze possono essere devastanti»

mette in guardia Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e esperto di comunicazione digitale, autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online (Mondadori Università, 11 euro), che spiega:

«Persone malintenzionate possono usare le informazioni che divulghiamo. Inoltre, molti adolescenti non la prendono bene quando trovano su Internet le loro foto da piccoli, magari svestiti».

Perché i genitori condividono questo tipo di informazioni?

«Viviamo tutti come in vetrina: non vediamo l’ora di postare sui social network i momenti più significativi della nostra giornata, dal piatto di pasta a ciò che guardiamo in tv, alle vacanze. Per una mamma o un papà la cosa più bella sono i figli: è naturale condividere ciò che li riguarda. Le foto buffe raccolgono like, chi soffre di insicurezza le pubblica per sentirsi apprezzato. Ma non si rende conto che potrebbe danneggiare la prole».

Come?

«Intanto, ce una violazione della privacy. Da un punto di vista legale un genitore può pubblicare ciò che vuole, ma se è divorziato deve avere il consenso dell’ex. Prima di postare qualcosa bisognerebbe chiedersi: come reagirà mio figlio tra qualche anno? Le foto buffe, come quelle che li ritraggono sul vasino o sporchi di cacca e così via, potrebbero causare il risentimento dei ragazzi, quando scopriranno che mamma e papà li hanno messi in ridicolo. All’estero alcuni di loro hanno denunciato i genitori. La figlia di Gwyneth Paltrow, Apple, ha rimproverato sua madre per aver postato una loro foto insieme».

C’è anche un rischio per la sicurezza?

«Certo. Molti pubblicano foto dei loro piccoli nudi, magari mentre fanno il bagnetto. Il 50 per cento delle immagini trovate nei database dei pedofili sono prese dai social network».

Però, le mamme e i papà non lo fanno apposta. Magari vogliono solo mostrare ai parenti lontani come crescono i propri figli.

«Bisognerebbe riflettere su ciò che stiamo pubblicando: è proprio necessario diffondere quel contenuto? Una volta che abbiamo condiviso una foto, anche sui gruppi chiusi di WhatsApp, non riusciamo più a controllarla. Perché chi sta dall’altra parte potrebbe pubblicarla o inoltrarla a qualcun altro».

Chi condivide più informazioni: le mamme o i papà?

«Le mamme, soprattutto nei primi anni di vita dei bambini. Qualcuna posta informazioni prima che il figlio sia nato: è ormai frequente vedere le ecografie online. Molte, ispirate dagli influencer, creano un profilo per i propri neonati e lo aggiornano con foto, video e pensieri che gli attribuiscono. Una volta cresciuti, i ragazzi si ritroveranno una identità digitale che magari non li rappresenta. Non sarebbe più giusto lasciare che siano loro a decidere se iscriversi ai social network e che cosa raccontare di sé?».

Ci sono fasce di età più a rischio sharenting?

«È un fenomeno che riguarda tutti i bambini, da 0 a 14 anni. I rischi aumentano man mano che crescono. All’asilo sono sovraesposti perché condividiamo le loro prime attività sociali. Inizia lo sharenting dei figli non propri: genitori che pubblicano le feste di compleanno senza “nascondere” i bambini degli altri. Alle elementari cominciano gli sport e le uscite e noi geolocalizziamo i nostri piccoli a scuola, in palestra, mettendo a repentaglio la loro sicurezza: chiunque potrebbe adescarli utilizzando le informazioni che diffondiamo. Oppure potrebbe usarle per rubare la loro identità digitale, crearsi un profilo falso per qualsiasi scopo. Ma la cosa più grave è che violiamo la privacy dei bambini senza chiedere il loro parere, nonostante abbiano già 8 o 9 anni e, magari, anche lo smartphone. Alle medie la situazione diventa esplosiva».

Per quale motivo?

«I ragazzi acquistano piena consapevolezza della propria identità digitale, cominciano a cercarsi online e trovano informazioni che non pensavano potessero essere state pubblicate. Provano imbarazzo e i problemi di autostima tipici di questa età possono ingigantirsi. Specie se sono vittime dei cyberbulli, che usano quelle foto imbarazzanti per metterli in ridicolo».

Lo sharenting riguarda anche i ragazzi più grandi?

«Dai 15 anni in su ormai sono quasi maggiorenni, hanno una maggiore consapevolezza. Vanno incontro ad altri problemi, come il sexting, che consiste nel condividere contenuti intimi, magari con il proprio fidanzatino. Quando finisce la relazione, quel materiale come
verrà utilizzato?».

Ma questo vale anche per WhatsApp o Telegram, oppure queste chat sono più protette?

«Vale per tutto: quando condividiamo una foto, un video o un’informazione, non possiamo sapere che uso ne farà chi la riceve e né se, magari ingenuamente, la condividerà sui propri social o con altre persone sempre su WhatsApp».

Ma, quindi, come devono comportarsi i genitori? Come si concilia il rischio di sharenting con la propria passione per i social network?

«Basta scegliere con buon senso le immagini e i canali giusti da utilizzare. Non esagerare con i dati personali, scegliere di oscurare i volti oppure cambiare inquadratura: se vuoi far vedere che sei in vacanza, non devi necessariamente mostrare il volto di tuo figlio. Controllare sempre le attività online dei propri ragazzi, affiancarli, far capire loro i rischi che si corrono stando in Rete. Usare gli strumenti di parental control, che inibiscono le chat con sconosciuti o la visita a siti non permessi. Educarli sin da piccoli li aiuterà a vivere bene la loro identità digitale da grandi».

L’intervista sullo sharenting su Nostrofiglio.it

Nel luglio 2020 il portale Nostrofiglio.it ha dedicato un articolo al libro Sharenting e un’intervista a Gianluigi Bonanomi.

Sharenting, cos’è, i rischi connessi e gli accorgimenti da prendere

Lo sharenting è l’uso eccessivo dei social da parte dei genitori, che pubblicano continuamente le foto dei figli. Abbiamo chiesto informazioni a Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione on line (Mondadori Education), che ha spiegato quali sono i rischi legati ad esso, offrendo alcuni suggerimenti importanti.

Pubblicare le foto dei figli sui social è un’abitudine di molti genitori, e non solo vip. Ma è giusto farlo? Occorre fare molta attenzione.

Ci sono alcuni accorgimenti da seguire e molte cose importanti da sapere quando si condividono le foto dei figli minorenni su Facebook o Instagram. Abbiamo chiesto informazioni a Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e formatore sui temi della comunicazione digitale, nonché autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione on line (Mondadori Education).

Lo scrittore ci ha spiegato in cosa consiste lo sharenting e quali sono i rischi legati ad esso, offrendo alcuni accorgimenti importanti se si sceglie di pubblicare foto dei propri figli sui social.

Gianluigi Bonanomi è autore anche del sito www.sharenting.it, nel quale è possibile trovare un test da fare per capire se si ha un problema di sharenting oppure no.

Cos’è lo sharenting?

«Da qualche anno vado in giro per la scuole, per le aziende, per gli enti e le associazioni a raccontare l’suo consapevole della tecnologia, mia grande passione rispetto alla professione principale, che è quella di comunicatore digitale. Otto anni fa sono diventato genitore e ho pensato di voler dare un contributo sull’uso consapevole della tecnologia alle famiglie.

Mi sono accorto che spesso ci si concentra quasi sempre sul minore e poco invece sui genitori. Invece il problema per i genitori sta crescendo: spesso sono loro a mettere, a volte anche inconsapevolmente, a repentaglio i ragazzi.

Ho fatto dunque una ricerca e mi sono imbattuto in vari studi, negli Stati Uniti, che trattavano il tema dello Sharenting. Quest’ultimo è la crasi tra due termini, uno che significa “condivisione” (share) e l’altro “genitorialità” (parenting). Ho notato che in Italia non c’era un lavoro strutturato su questo tema, perciò ho raccolto del materiale, ho fatto varie interviste e ho pubblicato un libro.

Lo sharenting non avviene perché i figli si mettono on line, ma perché i genitori mettono on line i propri figli per diversi motivi. Lo sharenting è l’uso eccessivo dei social da parte dei genitori, i quali condividono continuamente foto e video dei figli o eventi loro accaduti».

Nel nostro Paese sono molti i genitori che condividono le foto dei figli minorenni sui social?

Sharenting: i dati

«I genitori che postano le foto dei figli in Italia sono tanti. I dati al riguardo, in particolare, sono diversi: ci sono differenze tra mamme e papà, primipare e no, tra chi ha già una forte partecipazione sui social e chi no. In linea di massima, il fenomeno è crescente.

Vi sono addirittura mamme che pubblicano immagini di bambini che ancora non esistono e che sono ancora nella pancia. In questo caso alcuni dei fenomeni più frequenti sono la pubblicazione delle ecografie del bimbo e addirittura la creazione del profilo del bambino che verrà.

C’è poi anche un fenomeno emulativo degli influencer, che usano i propri figli per avere attenzione».

Perché si pubblicano le foto dei figli sui social network

Perché ciò avviene? Le motivazioni sono tre.

  1. La prima è la “vetrinizzazione sociale” dell’epoca attuale, ossia noi stiamo vivendo a causa dei social una realtà che viene condivisa continuamente sulle pagine social e che è visibile agli altri.
  2. La seconda motivazione è l’insicurezza: i genitori usano i figli per avere feedback positivi, soprattutto se ritengono la propria vita poco interessante.
  3. La terza è la condivisione vera e propria, cioè il voler far vedere i figli a persone lontane (parenti, amici, ecc.): sarebbe meglio non farlo su Instagram o Facebook, al massimo lo si può fare su Whatsapp. Se proprio si desidera condividere contenuti legati ai figli, è possibile usare delle piattaforme realizzate appositamente per lo sharenting.

«Quali sono le conseguenze dello sharenting? Molti genitori le sottovalutano, pensando di non fare nulla di male. Invece dei rischi ci sono».

Quali sono i rischi più gravi che si corrono?

  1. «Anzitutto, quello della privacy è il problema principale.
  2. Poi c’è il problema della sicurezza. Si sovraespongno i figli mediante i social, raccontando tutto ciò che fanno (dove giocano a pallavolo, dove vanno al parco, ecc.) e ciò che piace loro: un malintenzionato, nel caso di grooming (adescamento in rete), ha così tutti gli elementi per poter intervenire e rendersi simpatico e vicino agli occhi del figlio.
  3. C’è poi la pedopornografia: la metà delle foto trovate nei database dei pedofili gliele forniamo noi praticamente su chat, social, forum: questa affermazione, frutto di uno studio australiano, che ho riportato nel libro, è purtroppo molto inquietante.
  4. Il cyberbullismo è un altro rischio: il genitore, pubblicando inconsapevolmente foto del bambino magari dopo che è caduto o dopo si è sporcato, mette in ridicolo il figlio. I cyberbulli possono utilizzare il materiale postato per bullizzare il bambino.
  5. Altra conseguenza da non trascurare è l’imbarazzo procurato nei bambini: alcuni genitori non chiedono il permesso di pubblicare ai figli. Alcuni si ribellano: Apple, figlia di Gwyneth Paltrow, sotto una foto Instagram dell’attrice hollywoodiana che ritraeva la figlia con il casco durante una vacanza, ha scritto come commento al post della madre: “Smettila di pubblicare le mie foto”. La madre ha risposto: “Ma non si capisce neanche che sei tu, hai pure gli occhiali da sole”, senza rendersi conto del diritto della ragazza, mostrando un’insensibilità davanti alle rimostranze della figlia. All’estero ci sono state anche delle cause legali per sharing portate avanti da figli nei confronti dei genitori e in Italia si iniziano ad avere sentenze legate a genitori che pubblicano eccessive foto dei figli».

Accortezze da adottare per evitare di esporre i propri figli ai rischi del web

  1. «La cosa più importante è avere buon senso: ciò non significa che non bisogna pubblicare foto sui social, ma che occorre rispettare la privacy, facendo magari un’inquadratura diversa, non riprendendo ad esempio il volto, facendo scatti da dietro, facendo coprire parti che non devono essere viste. Alcune persone pubblicano le foto del bagnetto dei figli piccoli senza coprire le nudità, alcuni invece mettono uno sticker o un adesivo, ma anche questo dovrebbe essere evitato. Ci sono momenti che non devono assolutamente condivisi e che devono restare nella famiglia.
  2. Scelta dei canali tecnologici giusti (piattaforme online, social network). Non tutti i canali sono buoni, poiché non si sa esattamente chi c’è dall’altra parte. Pubblicare foto su Facebook o Instagram non è sicuro. Se si vuole essere certi, occorre scegliere canali che diano la possibilità di mostrare senza dare agli altri la possibilità di condividere, stampare, salvare o altro. Ci sono strumenti on line anche negli smartphone che consentono di pixelare, di oscurare, ecc., ma in linea di massima è opportuno ricordare che tutti gli strumenti di questo tipo purtroppo possono essere bypassati.
  3. Occorre fare attenzione anche alle foto che si scambiano gli adolescenti, che spesso mandano foto intime. Quando finisce la relazione, il fidanzatino, per esempio, potrebbe usare le foto come trofeo da far vedere agli amici o come “vendetta” se non sono più insieme (cosiddetto revenge porn).
  4. Fondamentale è dare delle regole ai parenti o agli amici: chiarire che se si mandano delle foto dei bambini, queste non devono essere pubblicate. O, per esempio, se si è a una festa, è importante che loro chiedano prima di pubblicare foto dei figli.

L’idea del libro “Sharenting”

«L’idea del libro è venuta circa due anni fa. Lavoro con la Bicocca di Milano per un progetto che si chiama “Benessere Digitale” e collaboro con docenti che si occupano di questi temi. Ad un certo punto ho proposto a Mondadori il mio libro innovativo e ho iniziato a lavorarci nel 2019. Il libro è uscito casualmente in piena pandemia: il tema, da “caldo”, è divenuto “caldissimo”. Le famiglie, durante il lockdown, hanno usato ancora di più i social e si è arrivati a una ulteriore recrudescenza del problema», ha spiegato Bonanomi.

Sharenting su Rete55

Venerdì 3 luglio 2020 Rete55 di Varese ha dedicato uno speciale a Sharenting. La trasmissione è stata presentata così sul sito dell’emittente:

I figli hanno sempre rappresentato, per la psicoanalisi, un prolungamento del narcisismo dei genitori ma il Web non è il luogo giusto per dichiarare l’orgoglio dei nostri figli. L’unica vera arma di difesa per prevenire lo Sharenting e le sue conseguenze è la consapevolezza e la conoscenza da parte dei genitori dei rischi e dei pericoli a cui andrebbero incontro i loro figli. Tutto questo verrà approfondito venerdì 3 luglio alle 20.45 in “Vivere Bene” su R55, canale 16.

Questo il video promo della trasmissione:

Qui invece è possibile rivedere l’intera trasmissione:

Quando i genitori raccontano troppo dei propri figli sui social: intervista a CoderDojo Brianza