Condividere in sicurezza le immagini dei figli… [Webinar con Mondadori Education]

Lunedì 30 novembre 2020 Mondadori Education, editore del libro Sharenting, mi ha chiesto di tenere un webinar per degli insegnanti (erano quali 600 i collegati). Con l’aiuto della giornalista del Corriere della Sera Valentina Santarpia ho parlato del tema del libro e risposto alle molte domande. Potete rivedere la registrazione della diretta qui:

Una nota: durante la diretta Valentina Santarpia ha citato l’intervista a un giudice sullo sharenting. La trovate qui:

Covid e Natale, “attenzione alle foto dei minori sui social”

Questa la presentazione dell’evento:

Quando si parla di tecnologia in famiglia, spesso i riflettori sono puntati sui figli, considerati il problema. Invece sempre più di frequente sono i genitori stessi a non comprendere a pieno i rischi della Rete e sono i primi a esporre immagini dei propri figli online, dal momento della nascita in poi (a volte prima). Tutto quello che un tempo veniva immortalato e custodito gelosamente negli album di famiglia oggi viene condiviso, spesso senza filtri e freni, sulle bacheche dei social network. Un fenomeno che prende il nome di sharenting, neologismo nato dall’unione del verbo “to share” (condividere) e dal termine parenting, che potremmo tradurre liberamente come “fare il genitore”. L’accezione non è positiva, dato che il genitore che si lascia prendere la mano dallo sharenting è quello che tende a condividere troppe informazioni, non rispettando – spesso senza rendersene conto – la privacy dei figli”.

Relatore Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore. Dopo la laurea con tesi sulle relazioni on-line nel 2001, ha lavorato per una dozzina d’anni nel settore dell’editoria informatica (soprattutto per Computer Idea). Ha scritto diversi saggi e manuali sulla tecnologia, compresi due libri per genitori: Navigazione familiare e Prontuario per genitori di nativi digitali. Ha lanciato il primo podcast italiano su genitorialità e tecnologia. Attualmente si occupa di formazione sui temi del digitale. E’ autore di Sharenting per Mondadori Università.

Moderatrice Valentina Santarpia, giornalista professionista. Laureata in Scienze della comunicazione, ha conseguito un master in giornalismo alla Luiss Guido Carli, è redattrice del Corriere della sera e si occupa di temi legati a scuola, educazione e apprendimento.

Sharenting è tra i testi consigliati di Genitorinrete.it

Genitorinrete.it è una community di volontari con la certificazione italiana come genitori digitali – Certificato Cyberscudo – Battilbullismo (AICA) che si occupa di educazione digitale per genitori ed educatori. Molto interessante il loro manifesto:

È un grande piacere per noi segnalare che Sharenting è tra i libri consigliati nella sezione delle risorse del sito.

“Sharenting e tecnologia in famiglia”: webinar con CoderDojo Brianza del 30 ottobre 2020

Iperconnessione e sharenting: l’intervista alla psicologa Giulia Giorgi

Giulia Giorgi è una psicoterapeuta cognitivo comportamentale che si occupa di educazione, supporto all’età evolutiva e genitorialità. Ha realizzato il percorso ConnessiOFFline: un ciclo di incontri per genitori che si trovano in difficoltà nella gestione di figli iperconnessi, sempre collegati ai social, allo smartphone, alla Rete in generale. Le ho fatto qualche domanda su questi temi e, ovviamente, sullo sharenting.

La dipendenza dalla tecnologia ha subito una veloce impennata a causa del lockdown, ma non tutti i genitori e le famiglie hanno cognizione del problema. Come aiuti le famiglie da questo punto di vista?

Con ConnessiOFFline voglio mettere a disposizione le mie competenze come psicologia per fornire strumenti pratici, strategie, esercizi studiati per ogni situazione famigliare. Non è dire “NO” al digitale oppure allo smarthphone a prescindere: penso sia impossibile; io stessa, come professionista e donna, lo utilizzo quotidianamente per lavoro.

Parto dall’assunto che quando un genitore mi dice che suo figlio sta troppo connesso, non esce più di casa, sta chiuso nella sua stanza e non sa come parlargli, c’è paura di “disturbarlo” mentre è connesso, questi siano comportamenti e atteggiamenti che sottendono un clima famigliare alterato, forse problematico, o comunque un sistema in cui qualcosa, anche a livello emotivo, potrebbe essere sfuggito al genitore. Per questo “connessi offline”: impariamo a ritornare connessi a livello emotivo coi nostri ragazzi sia quando sono OFF line sia quando non lo sono. Occorre strutturare regole, modi, comportamenti per stare con loro, per fare qualcosa con loro anche quando sono nel loro mondo virtuale, per dedicare più tempo per stare “insieme”.

Qual è la responsabilità dei genitori nei fenomeni di iperconnessione dei figli?

I genitori che lasciano il cellulare e la Rete in mano ai ragazzi, senza dare regole, hanno da un lato l’illusione del controllo (mio figlio è in casa e gioca online, non esce, non ci sono pericoli…) dall’altro risponde a un’esigenza: non hanno più tempo, dopo il lavoro, da dedicare ai figli e la tecnologia è comoda, fa da baby-sitter, come la TV.

In ogni caso fare i genitori è un mestiere complicato, soprattutto da un punto di vista emotivo. Saper empatizzare con le emozioni dei figli, sentire quello che provano, comprenderli, saperli ascoltare restano compiti molto difficili e non così lontani dalle dinamiche “pericolose“ del digitale.

Dal punto di vista psicologico, c’entra anche la questione identitaria?

La pubertà e l’adolescenza sono caratterizzate dal delicato processo di definizione della propria identità e personalità: un processo fisiologico e psicologico delicato e peculiare dell’adolescenza. Ormai è risaputo come attraverso i social tutti cerchino di mostrare la propria parte migliore (il profilo giusto, l’outfit giusto, la luce giusta, il filtro che ci rende più belli o naturali…) e questo perché la realtà virtuale ci permette di comunicare agli altri un’immagine quasi idealizzata di noi per ottenere approvazione, accettazione, diventare famosi.

Questi aspetti – in qualche modo finalizzati al like e impressionare il follower – innescano l’attivazione dopaminergica insita nel desiderio e nell’eccitazione dell’attesa, alla base dello sviluppo di comportamenti dipendenti. Al di là dei comportamenti dipendenti, i ragazzi cercano se stessi online, confondendo realtà e finzione.

E cosa succede con lo sharenting?

Il genitore, che tra i compiti evolutivi di cura dovrebbe avere quello della protezione, dovrebbe essere custode dei dati personali dei suoi figli così come della sue educazione. Padri e madri si appropriano del delicato processo di definizione di un’identità “digitale” del figlio, spesso senza che questo ne sia informato o consapevole. Penso che sia dovere di un genitore soffermarsi su quanto rischioso possa essere interferire con il delicato processo di definizione dell’identità dei loro figli.

Si parla delle motivazioni che stanno alla base della tendenza allo sharenting: tra queste vi è l’appagamento narcisistico?

Queste motivazioni potrebbero essere analizzate e indagate anche in vista di una riduzione e prevenzione dei danni conseguenti.

(Per un approfondimento cito un articolo che avevo scritto per la rivista State of Mind: Facebook & Mamme Moderne: vi presento il mio bambino!)

Quando parlo ai genitori che mi chiedono come si fa ad essere “bravi genitori” parto sempre dal principio: oggi essere genitori non è più facile o  difficile di come lo è stato per i nostri nonni o genitori, ma solamente ci sono più studi a riguardo. La società è più accelerata e flessibile, più esigente e – cosa da non trascurare – si diventa spesso genitori più avanti con l’età: questo, soprattutto per le donne, si correla anche alla necessità di realizzazione personale e lavorativa che, appunto, tende ad arrivare dai 35 anni in su. I social, per alcune mamme, sono uno svago, un divertimento anche prima dell’arrivo del bambino, momento a partire dal quale possono anche divenire uno strumento di condivisione delle gioie e difficoltà della fase della gravidanza ma anche della maternità. Per altre ancora i blog hanno aperto le opportunità di scambio per creare e reinventarsi nuove attività lavorative, soprattutto e anche in funzione della necessità di dover avere più tempo per stare a casa mentre si lavora. Anche senza parlare di dipendenza da Internet, certe mamme non potrebbero fare a meno di aggiornare quotidianamente il proprio status di Facebook (o quello del loro baby) per mantenere alto l’interesse altrui su di loro o, perché no?, “ alimentare” i tratti narcisistici della personalità.

Ricapitolando: si potrebbe ipotizzare che i genitori che tendono all’overshare della vita dei loro bambini potrebbero avere una spiccata predisposizione a tratti narcisisti di personalità?

Di certo le mamme moderne tendono sempre più a sperimentare la maternità e, in seguito, la gravidanza in età più avanzata, verso i 40 anni, interpretandolo come un successo personale di cui essere orgogliose. Tra le mamme over 30, spesso, i cambiamenti fisiologici del corpo per la gravidanza sono investiti di nuovi significati. Dunque pubblicare e condividere online e su Facebook le foto del proprio corpo dopo il parto o le immagini del proprio bimbo potrebbe essere visto come un successo: “Che cosa sono stata capace di generare pur restando fisicamente perfetta e immutata”. Potrebbero essere tutti spunti di riflessione interessanti.

Parliamo di sharenting da un punto di vista evoluzionistico?

La cura, da un punto di vista psicologico più che una delle emozioni di base, secondo me è il risultato, l’obiettivo cui tende la genitorialità. Parlo di progetto educativo, inteso come insieme di funzioni di supporto alla crescita tra cui cura e accudimento, ma anche trasmissione di regole (autorevolezza) e di capacità di contenere e saper gestire i figli (anche da un punto di vista emotivo). La cura e l’accudimento riguardano il dare amore, il soddisfacimento dei bisogni fisiologici ma anche il prendersi cura, l’esserci, proteggendo i figli in tutto il corso della loro vita.

Da queste presupposti mi collego a quanto scritto nel tuo libro Sharenting. Citi alcune “catene” di post sui social da parte di alcune mamme: fenomeni  che testimoniano la ricerca di approvazione attraverso i like; questi aspetti costituiscono un’inversione di rotta della CURA del progetto genitoriale. Non si criticano le condotte di alcuni genitori a priori, ma mi auguro che chi leggerà quest’intervista possa ricordare come noi adulti, quando diventiamo genitori, siamo investiti di un ruolo educativo, di trasmissione del sapere, dare protezione, contenimento e guida: non facciamo in modo che siano i social a strapparci di mano gli obiettivi del nostro ruolo.

“Mio marito pubblica le foto dei figli su Facebook…” [Pellai, Famiglia Cristiana, cita Sharenting]

Sul numero del 16 agosto di Famiglia Cristiana Alberto Pellai, rispondendo a una lettrice, cita il libro Sharenting:

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Instamom: come diventare una “mamma social” senza mettere a rischio i bambini [Agenda Digitale]

Questo articolo, a firma Gianluigi Bonanomi, è stato pubblicato su Agenda Digitale il 15 agosto 2020.

Instamom: come diventare una “mamma social” senza mettere a rischio i bambini

Non più (solo) celebrity moms che raccontavano la quotidianità e normalità della loro vita attraverso post e video: ora è il turno delle mamme 2.0 di guadagnare attraverso la pubblicazione di contenuti social. Un ritratto delle Instamom e qualche consiglio per evitare e difendere la privacy dei bambini

I social network si stanno rivelando alleati sempre più preziosi per le giovani mamme, non solo per scattare selfie su Instagram e condividere consigli utili o aneddoti divertenti, ma per guadagnare attraverso la pubblicazione di contenuti. Cifre che poi variano in base ai follower e all’interesse generato e per certi post/campagne alcune mamme riescono ad arrivare a compensi fuori dall’ordinario (anche a sei cifre!).

Promuovere un marchio, diventare ambasciatrice di una particolare azienda o lanciare una propria linea di prodotti è diventato un lavoro 24 ore su 24, 7 giorni su 7 per le mamme 2.0 che sfruttano questi canali di condivisione per parlare delle loro esperienze di vita quotidiana, dei problemi nel conciliare la famiglia e la carriera e altro ancora.

Instagram sembra essere la piattaforma preferita dalle mamme e i numeri sono sorprendenti: l’hashtag #instamom ha oltre 5 milioni di post pubblici.

#Instamom

Nei Paesi anglosassoni hanno coniato un soprannome per queste mamme sempre connesse a Instagram: le “Instamom”. Per un’azienda avere una di queste Instamom rappresenta un indiscusso vantaggio commerciale, considerando che le madri gestiscono l’85% degli acquisti delle famiglie e trascorrono più di tre ore connesse online. In quest’era dominata da contenuti sponsorizzati e da influencer, poter contare su un’ambasciatrice con migliaia o milioni di fan è diventato fondamentale per molte aziende. Instagram non è diventato solo il luogo dove condividere la felicità e la gioia di essere mamma, si è trasformato nella piattaforma ideale per guadagnare attraverso le sponsorizzazioni di prodotti e campagne pubblicitarie. Perché una vera Instamom promuove e può promuovere di tutto, suggerendo alle neomamme la copertina ideale per il lettino del bebè o l’accappatoio per il bagnetto, il detergente perfetto per evitare qualsiasi tipo di allergia e così via. Non solo suggerimenti per gli acquisti, perché le Instamom danno preziosi consigli su come allattare al seno o su come gestire situazioni potenzialmente problematiche. Molti critici sostengono che queste mamme 2.0 stiano semplicemente sfruttando la situazione cercando di monetizzare il più possibile, esponendo i propri bambini alla luce della ribalta, curandone in modo ossessivo l’immagine e imponendo loro delle abitudini discutibili in nome al consumo più sfrenato. E non sorprende più di tanto scoprire – grazie a uno studio condotto dall’Università della California – che il sogno di ogni adolescente sia quello di diventare famoso, di essere una celebrità. Un desiderio che sembra attirare i bambini già in età preadolescenziale.

Una realtà distorta

Una vita all’insegna dei “Mi piace” e alla ricerca costante di visualizzazioni può rivelarsi dannosa, quando si hanno genitori disposti a tutto per guadagnare milioni di euro. Infatti, Instagram è popolato da piccole star create da amorevoli mamme che le hanno trasformate in fenomeni virali. Questa visione “idealistica” del rapporto tra genitori e figli è assolutamente distorta e lontana dalla realtà, e può avere delle pesanti ripercussioni in futuro sulla psiche e la crescita del bambino. I social media nella versione più estrema (lo sharenting) espongono i bambini a fenomeni legati al cyberbullismo e non solo: foto e post sono pubblici e possono essere facilmente ripubblicati e visualizzati da chiunque. Purtroppo, ogni Instamom pubblicando foto o una storia su Instagram mette in pericolo l’identità del proprio bambino e ne facilita l’utilizzo per scopi illeciti ed eventuali abusi: diversi siti di pornografia minorile sfruttano proprio i contenuti prodotti dai social media. Ci sono poi utenti che creano nuovi account “solo” per rubare foto di bambini e, purtroppo, Instagram non riesce a fermare questo pericoloso fenomeno. L’unico modo che i genitori hanno per difendere la privacy dei propri figli è quello di segnalare e bloccare questi utenti e di utilizzare qualche watermark (filigrana) sulle proprie immagini per dissuadere i malintenzionati da ogni possibile utilizzo senza permesso.

Consigli per evitare abusi

È importante ricordare che il modo più sicuro per evitare qualsiasi tipo di abuso è quello di non pubblicare foto dei propri figli! Se vogliamo diventare una mamma 2.0 possiamo comunque seguire una serie di consigli per rendere il nostro account pubblico un po’ più sicuro. Prima di postare una foto è importante ricordare che ciò che pubblichiamo resterà per sempre online, anche se lo rimuoviamo.

La prima regola è controllare e limitare chi ci segue (follower): è un’operazione che richiede tempo ma è fondamentale bloccare quegli account sospetti che non hanno un’immagine pubblica (o che non sembrano gestiti da persone reali) o quelli che sono privati e non permettono di vedere nulla.

Da evitare poi il geotagging o il tagging di qualsiasi tipo che forniscono troppi dati ai malintenzionati: è consigliato non pubblicare mai la propria posizione a meno che non ci si trova in un luogo pubblico, mentre è sconsigliabile postare foto nella propria abitazione.

Infine, mai usare il vero nome del proprio figlio/figlia: usate soprannomi o pseudonimi per proteggerne l’identità online.

I rischi dello sharenting: l’intervista a TPI

TPI (The Post Internazionale) ha intervistato Gianluigi Bonanomi sulle conseguenze dello sharenting. Ecco l’articolo.

I rischi dello “sharenting”, dal cyberbullismo alla pedofilia: intervista a Gianluigi Bonanomi

Il giornalista e noto formatore digitale, autore del libro “Sharenting”, spiega a TPI perché pubblicare le foto dei propri figli sui social network non è mai una buona idea

I rischi dello sharenting, dal cyberbullismo alla pedofilia – intervista a Gianluigi Bonanomi, giornalista e formatore digitale

“Cosa vorrai che sia? È solo qualche foto innocente”. Più o meno è questo quello che sostengono i tanti genitori che non si fanno troppe preoccupazioni nel condividere immagini dei loro figli sui social network. Ma è davvero così? Non secondo Gianluigi Bonanomi, giornalista e noto formatore digitale, nonché autore di numerosi libri divulgativi di succsso, tra cui “Sharenting”, che già dal titolo mette in guardia i genitori (deputati al “parenting”) nel rapporto tra i loro figli e la Rete, con le sue  infinite potenzialità di sharing. “Certo, sono solamente delle immagini, nella maggior parte dei casi effettivamente innocenti, non sessualizzate diciamo. Ma non dobbiamo dimenticare che viviamo in una società dove l’immagine è tutto e i rapporti sociali non sono più filtrati dall’incontro a quattrocchi. Tutto corre in rete, è la percezione è ben diversa, soprattutto fra i più giovani”, spiega Bonanomi.

Sharenting e cyberbullismo: un rischio concreto

“Delle semplici immagini possono dare l’occasione di sfogarsi a qualche cyberbullo, che potrebbe non esitare a ricondividerle accompagnandole con frasi ben poco lusinghiere”, spiega Bonanomi a TPI. “Saranno pure bambini, ma sappiamo bene che spesso i più piccoli possono essere molto crudeli sotto questo profilo, spesso senza nemmeno rendersi conto delle conseguenze che potrebbero avere le loro azioni. Tra l’altro, non è detto che sono cose che accadono immediatamente. Queste immagini possono rimanere sopite a lungo, per poi venire riprese in seguito, quando magari i figli sono cresciuti, e si trovano ridicolizzati dagli amici per qualcosa avvenuto anni prima”.

“Improbabile? Mica tanto, se pensiamo per esempio al caso di Star War Kid. Si tratta di un filmato del 2002 di un ragazzino 15enne chiamato Ghyslain Raza, che si è ripreso mentre si esibiva imitando Darth Maul di Guerre Stellari brandendo una scopa al posto della spada laser. Un filmato non pensato per divenire pubblico, ma che è stato trovato per caso e messo a disposizione su numerosi servizi P2P (YouTube doveva ancora nascere) e diventato presto virale. I commentatori del video non si sono però limitati a farsi due risate e hanno iniziato ad attaccare pesantemente il giovane Raza, sia virtualmente, sia di persona, dato che tutti i compagni di classe ormai lo avevano visto. Insulti e invidi al suicidio erano all’ordine del giorno, tanto che Raza ha dovuto ricorrere alle cure di uno psichiatra per superare il trauma e cambiare istituto scolastico. I media hanno fatto la loro parte, rendendo ancora più virale il filmato, ma Raza ha avuto l’intelligenza e la forza di tenersene lontano ‘Perché mi invitavano? Volevano esibirmi come un fenomeno da baraccone’, ha spiegato il giovane in un’intervista del 2013″. Qualcuno obietterà che non si tratta di vero e proprio sharenting, alla fine sono state altre persone (non i genitori) a trovare la cassetta col filmato e postarla online, ma secondo il formatore il punto non cambia: “Si tratta di un filmato diffuso senza l’autorizzazione del diretto interessato. Se al posto di un adolescente il video fosse stato caricato dai genitori, pur senza intento di prenderlo in giro, il risultato sarebbe stato esattamente lo stesso”.

Sharenting e pedofilia: mai sottovalutare i pervertiti

“Il cyberbullismo può portare a serie conseguenze, ma non è l’unico rischio che si corre quando ci si lascia trasportare dallo sharenting. Come reagireste sapendo che le foto dei vostri figli sono in mano a qualche pedofilo? Sembra impossibile? Mica tanto. Secondo uno studio della Children’s eSafety Commissioner australiana, la metà delle foto scambiate dai pedofili proveniva dalle bacheche di Facebook”. Praticamente, ci sono pervertiti che prendono foto di bimbi dai social e le distribuiscono sui loro network, caratterizzandole in maniera sessuale: “Esatto. Non parliamo necessariamente di bambini nudi mentre fanno il bagno, ma di immagini estremamente innocenti di infanti che nuotano, che giocano o che fanno sport, che vengono condivise fra gruppi di pedofili accompagnate da ‘commenti estremamente espliciti e disturbanti’, come ha spiegato uno degli investigatori della commissione, Alastair MacGibbon”.

“Toby Dagg, senior investigator della eSafety Commission, ha dato qualche numero per inquadrare il fenomeno, specificando che in un sito di pedofili contenente 45 milioni di immagini, circa la metà proveniva dai social network, ed era indicizzata in cartelle con nomi poco rassicuranti come “Kik girls” o “My daughter’s Instagram friends”. “C’è anche di peggio, purtroppo”, continua Bonanomi. “Talvolta i pervertiti non si limitano a condividere queste immagini accompagnandole da commenti volgari, ma le modificano con Photoshop, applicando per esempio le foto del volto di un bimbo sul corpo di un altro, nudo. In certi casi, non si fanno nemmeno scrupoli nell’associare queste foto al nome del piccolo o della sua famiglia, rendendo la perversione ancora più pericolosa, attirando le attenzioni di potenziali stalker”.

Non a caso, Bahareh Ebadifar Keith e Stacey Steinberg, pediatri della University of Florida hanno scritto sulla rivista medica JAMA Pediatrics che la condivisione di immagini online dei figli “introduce nuovi rischi ancora da esplorare per i bambini, e alcuni genitori sono privi dell’esperienza, della competenza e della prudenza necessari a proteggere i figli da questi pericoli”.  Steinberg insiste anche sul fatto che non vuole certo impedire ai genitori di esprimersi. “Non sto cercando di silenziare i genitori”, ha spiegato, “Penso che stiamo vivendo in un’era estremamente connessa. Abbiamo un forte desiderio di condividere le nostre storie, ed è importante. Ma i nostri figli sono parte integrante di queste storie. Quando posti un’immagine, chi è che potrebbe vederla?”.

“Possiamo limitare la privacy, evitare che i contatti che ne hanno accesso possano condividerla a loro volta, ma ci vuole poco a prendere uno screenshot e far sfuggire l’immagine al controllo previsto. Proprio per questo motivo il consiglio degli studiosi del fenomeno è quello di andare sempre coi piedi di piombo e riflettere sempre se è il caso o meno di pubblicare una foto dei propri pargoli”, conclude amaramente Bonanomi.

“Sharenting” di Gianluigi Bonanomi è edito da Mondatori

Sharenting su Rete55

Venerdì 3 luglio 2020 Rete55 di Varese ha dedicato uno speciale a Sharenting. La trasmissione è stata presentata così sul sito dell’emittente:

I figli hanno sempre rappresentato, per la psicoanalisi, un prolungamento del narcisismo dei genitori ma il Web non è il luogo giusto per dichiarare l’orgoglio dei nostri figli. L’unica vera arma di difesa per prevenire lo Sharenting e le sue conseguenze è la consapevolezza e la conoscenza da parte dei genitori dei rischi e dei pericoli a cui andrebbero incontro i loro figli. Tutto questo verrà approfondito venerdì 3 luglio alle 20.45 in “Vivere Bene” su R55, canale 16.

Questo il video promo della trasmissione:

Qui invece è possibile rivedere l’intera trasmissione:

La recensione di MilanoMoms

Ecco il testo della recensione pubblicata sul numero di Giugno 2020 di MilanoMoms:

Il neologismo “sharenting”, che deriva dall’unione tra “sharing” e “parenting”, è usato per indicare la brutta abitudine che gli adulti hanno di postare online materiale sui loro figli. Madri e padri, infatti, anziché essere gli angeli custodi dei propri figli, rappresentano sempre più spesso una minaccia. Nel quotidiano e apparentemente innocuo gesto di condividere informazioni, immagini e video dei loro bambini, i genitori non si rendono conto dei rischi che corrono. Si parla di violazione della privacy, di sempre più frequente cyberbullismo, di child grooming (adescamento di minori), ma anche di furto d’identità e delle conseguenze legali che derivano da alcune azioni commesse sui social.