[VIDEO] Hitler e lo sharenting

Qualche tempo fa lessi questa storia sul giornale: «Mi chiamo Hitler e non posso usare il mio nome sui social network». In pratica un giornalista panamense raccontava i disagi provocati dal proprio cognome, lo stesso del dittatore nazista. Che cosa c’entra questo con lo sharenting?

[VIDEO] Perché Chiara Ferragni fa sharenting?

Dopo l’uscita del mio libro sharenting e la presentazione al TedX di Legnano, molti mi hanno chiesto: perché non parli di Chiara Ferragni e della sovraesposizione dei suoi figli online? È arrivato il momento di farlo, con questo video.

Spoiler: i motivi, ovviamente, sono economici…

 

Sharenting e pandemia: articolo per Agenda Digitale

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale l’11 dicembre 2021.

Troppo sharenting in tempo di Covid: perché sono i genitori che vanno educati

La voglia di condividere ogni istante della giornata dei propri figli durante i lockdown ha portato molti genitori e adulti a tenere dei comportamenti potenzialmente rischiosi. I genitori che esagerano con la condivisione non vanno colpevolizzati ma educati e sensibilizzati. Ecco i rischi

Durante i diversi periodi di isolamento che sono stati affrontati finora un po’ in tutto il mondo a causa del covid, non tutti gli adulti si sono distinti per comportamenti esemplari.

Alcuni genitori, per esempio, hanno approfittato dei vari lockdown per condividere senza alcun limite ogni dettaglio della propria quotidianità in ambito famigliare.

Comportamenti spesso incoraggiati dagli stessi media che successivamente si sono schierati in modo compatto per condannarli, mentre scuole, aziende, comunità locali hanno cercato di coinvolgere in modo attivo la popolazione con una serie di iniziative ad hoc.

È stato chiesto alle famiglie, in diverse situazioni, di condividere foto e video dei propri figli mentre erano impegnati a svolgere attività particolari. Molti genitori non si sono fatti pregare e hanno iniziato a taggare sé stessi e i propri figli in foto e video senza alcun limite e, soprattutto, senza preoccuparsi della privacy.

L’impatto dello sharenting sulla privacy

Prima dell’esplosione della pandemia del covid c’era grande preoccupazione tra sociologi, psicologici ed educatori, tutti impegnati a dare una spiegazione al fenomeno dello sharenting, a quella voglia di protagonismo che sembrava aver colpito una buona parte della popolazione in età adulta dei paesi più civilizzati del pianeta. Il fenomeno dello sharenting continua a destare preoccupazione dal punto di vista clinico, psicologico e sociale, soprattutto nel post pandemia.

Una sovraesposizione mediatica che ha colpito soprattutto adolescenti e bambini (che non conoscono il significato di identità digitale), travolti dalla “genitorialità 2.0” e da un desiderio di condividere senza freni e senza alcun filtro la vita dei propri figli senza rendersi conto delle possibili conseguenze (anche giuridiche) che potrebbero ricadere su di loro. Una voglia di spettacolarizzare ogni aspetto della vita dei propri bambini, un continuo bisogno di “piacere” per ottenere qualche visualizzazione in più, un “mi piace” da collezionare o nuovi follower. Lo sharenting, infatti, viene percepito come un comportamento innocuo: un errore che rischia di mettere a repentaglio la sicurezza della propria famiglia. La voglia di riprendere un bambino in un momento intimo e profondo e di condividerne un’emozione spesso ha portato i genitori durante il lockdown a pubblicare di tutto di più. È importante ricordare che i bambini non sono né consapevoli né consenzienti di essere ripresi e condivisi. Usare senza consapevolezza le piattaforme social è un errore imperdonabile che un genitore non dovrebbe mai fare: in rete cybercriminali e cyberpredatori sono sempre pronti a sfruttare le occasioni propizie fornite da adulti sprovveduti e menefreghisti.

I rischi connessi allo sharenting sono numerosi: cyberbullismo, “furto d’identità”, sfruttamento dei minori (genitori che utilizzano i propri pargoli per trasmettere su YouTube e Twitch a scopo di lucro), “rapimenti digitali” (in cui vengono manipolate le foto di bambini per far credere che siano propri), adescamenti online per abusi sessuali tramite chat/siti Internet (conosciuti anche come “grooming”) e l’ormai tristemente famoso “revenge porn”. Pubblicare contenuti a getto continuo è un comportamento assolutamente sbagliato: è importante prestare attenzione anche a quello che si pubblica nelle chat private che non sono così sicure come si potrebbe pensare. Purtroppo, le modalità di adescamento dei minori continuano a evolversi ed è necessario prestare maggiormente attenzione a quei luoghi che vengono considerati sicuri.

In rete non si possono cancellare i danni dello sharenting

Tutto quello che viene pubblicato online è difficile da cancellare: lo sharenting, infatti, crea un vero e proprio archivio digitale a disposizione di tutti. Negli adolescenti sta crescendo la preoccupazione sugli effetti collaterali generati da un comportamento di questo tipo, soprattutto per quanto riguarda la questione della “web reputation”. In molti casi, la pubblicazione di materiale giudicato “innocuo” da parte di genitori o di chi ne fa le veci può dare il via ad altri fenomeni deprecabili come il cyberbullismo. Avere in Rete foto e video di un certo tipo o in determinate situazioni potrebbe rivelarsi controproducente per un adolescente in attesa di un colloquio di lavoro per una posizione lavorativa. Purtroppo, gli head hunter e recruiter guardano anche quello…

L’Unione europea cerca di limitare lo sharenting

In tema di protezione della privacy, l’Unione europea e il Consiglio d’Europa hanno pubblicato recentemente una dichiarazione congiunta in cui veniva evidenziata la necessità di una migliore protezione dei dati personali durante la pandemia. Durante i lockdown, infatti, i genitori hanno avuto più occasioni per taggare foto e video con protagonisti i propri figli: le condivisioni, infatti, sono aumentate in modo esponenziale. Purtroppo, le principali piattaforme social fanno ancora troppo poco per sensibilizzare i genitori sui rischi che una condivisione senza limiti può causare. La pandemia, purtroppo, avrà pesanti ripercussioni anche in questo ambito. Negli ultimi anni i media avevano iniziato a discutere apertamente sui rischi e sulle minacce connesse allo sharenting e sull’utilizzo scorretto delle piattaforme social, nell’ultimo periodo sembrano aver cambiato idea e hanno iniziato a cavalcare il fenomeno, incoraggiando i genitori stessi a condividere le immagini e altro materiale. Anche un medium tradizionalista come la TV ha cominciato a sfruttare la voglia di condivisione dei genitori affetti da sharenting, senza dimenticare le scuole, associazioni sportive e altre aziende che hanno incoraggiato tutti a pubblicare video per sfide e altro, infischiandosene delle privacy e dei diritti dei più piccoli.

La “generazione tag”, quella dei ragazzi e ragazze che usano smartphone e computer come parte della loro identità e le piattaforme social come un’estensione della propria personalità, è quella che rischia di pagare il prezzo più alto della pandemia. Con una società sempre più dipendente dalla comunicazione digitale è necessario porre una attenzione sulle responsabilità che hanno le piattaforme online e social: servono linee guida precise per evitare che i giovani possano diventare vittime di un’informazione strumentalizzata o di messaggi mediatici devianti. Genitori, scuole, aziende e media devono conoscere perfettamente quello che è possibile condividere o non.

Sharenting: è necessaria una maggiore educazione (per i genitori)

Per molti psicologici e psicoterapeuti l’emergenza sanitaria si sta trasformando in un’emergenza psicologica. Non c’è dubbio che le piattaforme social abbiamo aiutato non poco adulti, adolescenti e bambini a superare i momenti difficili causati dalla pandemia. I vari Facebook, TikTok, Instagram, WhatsApp, Twitter e compagnia bella sono un’aggiunta meravigliosa alla quotidianità e durante i lockdown si è potuto apprezzarne più gli aspetti positivi rispetto a quelli negativi. La voglia di condividere ogni istante della giornata dei propri figli durante i lockdown ha portato molti genitori e adulti a esagerare e a tenere dei comportamenti potenzialmente rischiosi. Questa pericolosa forma di narcisismo genitoriale (esiste anche la variante “grand-sharenting” che colpisce i nonni) va assolutamente tenuta sotto controllo, anche perché non sono ancora chiari quali saranno i risvolti sociali e psicologici causati da una condivisione eccessiva.

Nel frattempo, sensazioni come disagio, ansia e imbarazzo sono sempre più diffuse nei figli in età preadolescenziale. I genitori che soffrono di sharenting non vanno colpevolizzati ma educati e sensibilizzati sulle possibili conseguenze che un comportamento del genere può creare. Tralasciando la spinosa questione della privacy, i genitori devono tutelare l’identità dei propri figli che hanno bisogno di autenticità e di meno filtri. Quando si decide di pubblicare qualcosa che riguarda la propria famiglia, è buona regola pensarci bene, perché basta davvero poco per far diventare i propri figli delle vittime inconsapevoli dello sharenting.

Lo sharenting come forma di cyberbullismo [articolo per Bullismo no grazie]

Nel novembre 2021 ho dato il mio contributo all’associazione “Bullismo no grazie” con un articolo che traccia un parallelo tra lo sharenting e il cyberbullismo. Buona lettura.

Sharenting e cyberbullismo: come evitare che le immagini dei tuoi figli alimentino il bullismo

Nell’epoca dell’iperconnessione digitale è difficile – se non impossibile – restare impassibili dinnanzi alla rivoluzione tecnologica che ha travolto la quotidianità di adulti, giovani e bambini. Dispositivi mobile, social network e web hanno rivoluzionato il modo di proporre e fruire i contenuti rispetto ai media tradizionali, ridefinendo il ruolo dell’utente che non è più un semplice spettatore ma è diventato un attore protagonista capace di interagire e partecipare alla loro stessa creazione. Questa ennesima rivoluzione ha però innescato una pericolosa sovraesposizione mediatica che merita di essere approfondita: essere connessi 24 ore al giorno per 7 giorni su 7 può avere anche degli effetti collaterali negativi, soprattutto su adolescenti e bambini. Infatti, l’utilizzo di smartphone e di tutti i dispositivi mobile senza limitazioni ha portato alla nascita di alcuni pericolosi fenomeni come lo sharenting, il cyberbullismo, il sexting o il revenge porn. Durante la pandemia e il lockdown è stato registrato un incremento del tempo di utilizzo di tutti i dispositivi mobili/strumenti digitali che è coinciso con un aumento di questi pericolosi fenomeni. Per genitori, insegnanti ed educatori è diventato prioritario intervenire tempestivamente per sostenere gli adolescenti e, in generale, i più piccoli che rischiano di diventare vittime inconsapevoli di queste minacce perpetrate attraverso la Rete.

Cosa è lo sharenting e perché andrebbe evitato

Tra tutti questi pericoli, un fenomeno merita di essere approfondito: si tratta dello sharenting. Meno conosciuto rispetto ai sopracitati cyberbullismo, sexting e revenge porn ma altrettanto pericoloso, si tratta di un fenomeno in grande crescita. Sharenting è un neologismo inglese che nasce dalla fusione dei termini sharing (condivisione) e parenting (genitorialità) e fa riferimento alla condivisione in Rete o attraverso le piattaforme social di contenuti riguardanti i propri figli da parte degli stessi genitori.

Fin qui sembrerebbe tutto normale o quasi: che c’è di male a condividere sulla bacheca di Facebook qualche immagine del proprio bambino o un breve video su WhatsApp del compleanno della propria figlia? Lo sharenting viene utilizzato dagli esperti per descrivere certi comportamenti al limite del morboso tenuti da alcuni genitori (c’è anche la variante grand-sharenting che riguarda i nonni) che si divertono a condividere foto, video e qualsiasi aspetto della vita dei propri figli/figlie sui canali social alla ricerca di un po’ di visibilità e di follower. I dispositivi mobile e, più in generale la tecnologia digitale, sembrano incoraggiare questo fenomeno nell’era della “vetrinizzazione sociale”. Non c’è molta differenza tra mamme e papà: questo fenomeno di carattere narcisista sembra colpire in modo indiscriminato tutti e due i sessi e non fa sconti a nessuno. Ricordi intimi e momenti speciali vengono così sacrificati sull’altare di una condivisione senza alcun freno e filtro alla ricerca dell’ennesimo Like o di qualche nuovo follower da aggiungere alla propria lista. Un comportamento irresponsabile che può innescare altri pericolosi fenomeni come, per esempio, quello del cyberbullismo.

I genitori narcisisti, una categoria in grande crescita

Caro genitore ti sei mai chiesto dove vanno a finire le foto e i video che condividi ogni giorno nelle chat di WhatsApp o nella bacheca di Facebook? I tuoi bambini (anche quelli più grandicelli) fanno fatica a comprendere che cosa sia un’identità digitale. Tu, invece, dovresti sapere che cosa significa e capire che condividere le loro emozioni/ricordi attraverso foto, audio o video a perfetti sconosciuti è un comportamento irresponsabile. Non dimenticare, mai, che qualsiasi cosa pubblichi in Rete, purtroppo, resterà in Rete. Forse avrai già sperimentato quanto sia difficile far sparire le foto della tua bambina di 4 anni che fa i castelli di sabbia al mare dalle bacheche di Facebook o Instagram. Forse non lo sai o non te ne sei mai accorto ma le immagini che ti diverti a condividere con la tua cerchia di fedelissimi follower, spesso, finiscono in siti pedopornografici o vengono scambiate in altri particolari social network da malintenzionati. Perché caro genitore, le foto e i video che condividi nascondono “preziose informazioni” sulle abitudini tue e della tua famiglia e possono essere usate da cyber criminali/predatori per scopi criminosi. Attraverso i metadati –informazioni aggiuntive incluse nel file – i malintenzionati possono ricavare preziose informazioni come la posizione geografica, la data e l’ora in cui è stata scattata la foto e capire per esempio qual è il tuo abituale percorso casa/lavoro e persino risalire al tuo indirizzo di casa e altro ancora. Non ti stupirà sapere che negli Stati Uniti più del 90% dei bambini di età inferiore ai 2 anni ha già una propria identità digitale, mentre in Gran Bretagna molti bambini dispongono di interi set fotografici pubblicati online prima ancora di aver compiuto i cinque anni d’età. Uno studio commissionato da alcune università italiane ha poi rivelato che due adolescenti su cinque non sanno di avere un profilo/account visibile a chiunque. E soprattutto hanno il terrore di scoprire quello che hanno pubblicato i loro genitori sui social network fin dalla loro tenera età. La mancanza di una barriera o di un filtro tra sfera pubblica e privata può rivelarsi qualcosa di sconvolgente per gli adolescenti: lo “sharenting” per loro può rivelarsi un’esperienza a dir poco traumatizzante.

Lo sharenting può innescare il cyberbullismo

La sovraesposizione mediatica a cui sottoponi in modo inconsapevole i tuoi bambini potrebbe avere delle pesanti ripercussioni sulla loro crescita: prima di pubblicare qualsiasi contenuto che riguardi la tua prole, dovresti chiedere il loro permesso. È importante creare un dialogo aperto e sincero con i tuoi figli e stabilire le cosiddette regole di ingaggio: per esempio, quale tipo di post/contenuto puoi condividere e con chi. Come ti ho spiegato in precedenza, la condivisione sul web e sulle piattaforme social di una foto o di un breve video può sfuggire facilmente al tuo controllo: oltre a diventare materiale pedopornografico, può essere usato come esca per adescare altri adolescenti in Rete (il fenomeno del “grooming” è in forte crescita) e persino dai cyberbulli per prendere in giro i tuoi ragazzi/ragazze. Infatti, uno degli aspetti che i genitori tendono a sottovalutare maggiormente è la web reputation: foto e video di un certo tipo potrebbero creare un certo imbarazzo ai tuoi figli con i loro compagni di scuola e coetanei, oltre a creare qualche problema in futuro quando cercheranno lavoro. Il fenomeno del cyberbullismo è strettamente correlato a quello dello sharenting: infatti, sfruttando l’anonimato garantito dalla Rete, i cyberbulli dopo essere entrati in possesso delle foto o dei video che hai pubblicato per anni attraverso i social network possono divertirsi a prendere in giro i tuoi figli, tormentandoli con commenti cattivi, messaggi e chiamate imbarazzati oppure manipolando i contenuti che hanno postato o pubblicando delle informazioni false su di loro e altro ancora. L’anonimato della Rete garantisce al cyberbullo una certa sicurezza e protezione e può spingerlo a comportamenti ancor più aggressivi e violenti, che possono provocare nelle vittime un trauma profondo e tanta sofferenza. Il cyberbullismo è tutto questo e molto di più.

Come limitare il rischio di cyberbullismo

Non c’è nulla di sbagliato nel voler condividere con i propri amici e parenti qualche scatto della propria vita famigliare, ma bisogna farlo con grande attenzione. La prima regola da seguire è piuttosto semplice: ogni genitore dovrebbe utilizzare i social network e il web con maggiore consapevolezza e, soprattutto, prestare attenzione alla privacy e al trattamento dei dati personali dei siti/servizi che vengono utilizzati. Oltre a conoscere le varie policy, un genitore dovrebbe evitare di condividere pubblicamente troppe informazioni sulla propria famiglia. Per esempio, evita di inserire il nome completo dei tuoi figli nei post che pubblichi ed altre preziose informazioni (dove abiti o quante persone compongono il tuo nucleo famigliare); non condividere mai la posizione geografica e la data negli scatti che posti; da evitare assolutamente gli scatti troppo personali/intimi. Quando decidi di pubblicare qualcosa sui tuoi figli pensaci non una ma dieci volte: i tuoi bambini, infatti, non possono dire no a quello che stai facendo. Pubblicare una foto dei tuoi figli in una certa posa o con un determinato abbigliamento può essere pericoloso: ricordati che il cyberbullismo può avere un grave impatto sulla loro salute mentale e sul loro futuro. Per frenare lo sharenting e fugare ogni possibile rischio di cyberbullismo, la strada è una sola: la prevenzione. Adulti e giovani devono essere sensibilizzati a un utilizzo consapevole gli strumenti tecnologici che hanno a disposizione e al rispetto delle regole della convivenza civile: solo in questo modo si potranno contrastare e debellare queste piaghe sociali.

Non dimenticare, infine, che oltre ai rischi citati, pubblicando immagini senza consenso dei tuoi figli rischi di minare il rapporto di fiducia che hai con loro. Soprattutto quando diventano adolescenti, chiedi sempre loro se desiderano che scatti e video fatti insieme siano pubblicati, e rispetta la loro opinione. Anche perché potresti rischiare di trovarti di fronte a un giudice nell’aula di tribunale, come è successo a una mamma mantovana nel 2017, e a tanti altri genitori in tutto il mondo.

Lo sharenting può favorire il digital kidnapping?

Questo articolo è stato pubblicato su Villaggio Tecnologico il giorno 11 novembre 2021

Che cos’è il digital kidnapping (e come lo sharenting può favorirlo)

Daniela Borrino è madre, moglie, docente e laureanda in Scienze dei servizi giuridici con tesi in informatica giuridica. In virtù del sostegno della tutela del diritto alla privacy del minore, ha sentito la necessità di confrontarsi con la giurisprudenza per mettersi in guardia, anche come madre, di fronte al mondo dei cybercrime, nell’ ottica di una generazione di nativi digitali che utilizzano smartphone, tablet e smartwatch sempre e ovunque. Sta approfondendo, tra gli altri, il tema del digital kidnapping. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei per approfondire.

Daniela Borrino

Che cosa si intende per digital kidnapping?

Il digital kidnapping, letteralmente “rapimento digitale”, è uno dei cybercrime più recenti ed attuali e rientra nel reato di sostituzione di persona online (ex art. 494 del nostro Codice Penale). Si configura quando un qualsiasi utente del cyberspazio salva materiale fotografico di un minore i cui genitori sono completamente ignari, riutilizzando le immagini rubate per creare una nuova identità, con dati anagrafici, stati e svariate informazioni completamente fittizie e inserendo quindi la vittima in un nuovo contesto, donandole una nuova vita virtuale tramite falsi profili, giochi di ruolo o inserendoli nella propria vita privata: tale condotta ingannevole e lesiva nei confronti della comunità di utenti  viene messa in atto sovente per conseguire un vantaggio economico (ad es. il mercato pedopornografico), vantaggi non patrimoniali (ad es. per avere più “like” sul proprio social network)  oppure per infliggere un danno altrui ( scherno, diffamazione) . Si tratta di una pratica piuttosto inquietante e macchinosa che si nutre dei contenuti visivi immessi in rete. 

Come lo sharenting può favorire il “rapimento digitale”?

Se il digital kidnapping ha come punto cruciale l’appropriazione indebita di immagini di minori pubblicate in Internet, lo definirei  propriamente il “figlio illegittimo” dello sharenting. Molti genitori, per soddisfare la propria velleità narcisistica, condividono materiale fotografico dei propri figli tramite device tecnologici sempre più performanti e a portata di clic, ignorando quanto sia rischioso esporli nel mare di internet: è possibile che dietro all’ identità di un utente di dubbia affidabilità, che non si è mai visto né conosciuto di persona, si possa nascondere un cybercriminale. Ebbene lo sharenting costituisce in qualche modo un atto di “favoreggiamento” di un possibile reato la cui vittima diretta è un minore innocente. 

Può citare alcuni casi?

I primi casi di Digital Kidnapping risalgono ai primi anni dopo il 2010 , ovvero qualche anno dopo il boom dei primi social network, sviluppandosi particolarmente negli USA. Un primo episodio del 2011 riguarda una madre di Brooklyn, Julia Fierro , la quale scoprì che una foto pubblicata sul suo profilo Facebook, che ritraeva sua figlia di due anni in altalena con una particolare espressione: era stata  trasformata in un meme poi pubblicato sul social network Reddit, diventando virale in tutto il web. L’artefice di tutto questo era stato un collega del marito che, in buona fede, aveva  ritenuto innocua la creazione di un meme spiritoso, senza affatto considerare l’uso dell’immagine di minore contro la volontà dei genitori e della ingovernabilità del contenuto una volta in rete (questo meme continua tutt’oggi  inesorabilmente ad apparire su diversi siti).
Nel 2015 una madre del Texas, Danica Patterson, fu avvertita da uno dei suoi contatti, che le inviò un print screen di una bacheca di Facebook appartenente a un uomo di New York, su cui erano pubblicate foto di sua figlia di quattro anni di cui l’uomo si fingeva il padre. La madre volle affrontare la questione giuridicamente, ma Facebook rispose che il profilo del “falso padre di sua figlia” non stava violando il regolamento della community, in  quanto in Texas il furto di identità del minore da parte di qualcuno che si finge un parente non costituisce alcun reato. Agli inizi del 2021 Sabrina, mamma blogger e influencer del milanese con ben 18mila follower, ha denunciato  all’autorità l’esistenza di un suo profilo Instagram clonato, che vantava gli stessi contenuti, fatta eccezione per un particolare: le foto che ritraevano la bambina in costume da bagno durante le vacanze erano state tagliate e mostravano solo le parti intime, Sebbene la giovane mamma aveva fin da subito già individuato il titolare di tale condotta, il quale si era scusato promettendo la rimozione del profilo clonato, ha preferito  procedere con la denuncia dell’accaduto, riportando i fatti sul suo stesso profilo online come avvertimento per le altre mamme follower.

Sharenting su Lo Specchio de La Stampa

Sharentin è stato citato da Lo Specchio de La Stampa il 4 luglio 2021. Puoi leggere l’articolo qui:

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Che cos’è il “grandsharenting”? [Articolo per Agenda Digitale]

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 24 giugno 2021

“Grandsharenting”, quando sono i nonni il “pericolo”: come evitare rischi e truffe

Ora che anche i nonni sono assidui frequentatori dei social network, è bene usare qualche accorgimento per evitare rischi e spiacevoli sorprese che potrebbero danneggiare i minori. Tutto ciò a cui prestare molta attenzione

Isocial network sono un’aggiunta meravigliosa alla nostra vita quotidiana, anche se spesso la voglia di condividere tende a prevalere sulla sicurezza nostra e dei nostri cari. Quando si tratta di minori, poi, la tentazione è ancora più forte e, oltre ai genitori, che spesso abusano del tasto condividi, bisogna ora prestare attenzione anche ai nonni.

Vediamo quali sono i rischi del “grandsharenting“.

Ogni giorno siamo invasi da un numero crescente di contenuti prodotti da genitori, famigliari, amici e conoscenti smaniosi di immortalare e condividere ogni istante della loro vita e dei loro cari. Postare continuamente sui social network dettagli e foto personali è diventata un’abitudine, dimenticando che ogni volta che pubblichiamo qualcosa forniamo informazioni su di noi che possono essere utilizzate in modo dannoso da truffatori e criminali. Quando ci sono di mezzo i minori la situazione diventata pericolosa.

Infatti, il fenomeno dello sharenting è letteralmente esploso nell’ultimo decennio, con milioni di genitori impegnati a fornire in tempo reale aggiornamenti sulla vita dei propri figli, ancora prima della nascita con tanto di foto della prima ecografia!

La “variante” grandsharenting

Nato dalla fusione delle parole “share” (condividere) e “parenting” (fare i genitori), lo sharenting non è più un fenomeno isolato e limitato ai soli genitori è diventato qualcosa di più complesso che ha colpito un’altra categoria di adulti: gli anziani. La variante grandsharenting vede protagonisti i nonni nella veste di inconsapevoli “sharer” di preziose informazioni che fanno la gioia di criminali, sempre pronti a escogitare nuove truffe. Secondo la banca Barclays il fenomeno dei furti d’identità nel 2030 colpirà circa due terzi dei giovani di età superiore ai 18 anni, con un danno procurato che si aggirerà su una cifra attorno agli 800 milioni di euro all’anno.

Prestiamo attenzione ai metadati

Qualsiasi foto scattata con uno smartphone o una macchina fotografica digitale contiene numerosi dati incorporati nel file stesso. I “metadati” (si chiamano così) forniscono molte informazioni come la posizione, la data e l’ora in cui è stata scattata la foto.

Questi tre semplici dati possono essere pericolosi se cadono nelle mani sbagliate, perché possono essere utilizzate da criminali per il classico furto di identità.

Per gli hacker, infatti, è un giochetto da ragazzi scoprire il nome di una persona, la data di nascita e l’indirizzo di casa. Quando pubblichiamo la foto della nostra casa addobbata per la festa di compleanno del nipotino o del Natale trascorso in montagna, dobbiamo ricordare che stiamo fornendo informazioni che possono essere sfruttate da malintenzionati.

I metadati, poi, non fanno gola solo ai criminali ma possono interessare anche alle forze di polizia e ai servizi segreti, senza dimenticare le aziende e i reparti marketing che sono disposti a pagare profumatamente per entrare in possesso di informazioni riguardanti i contenuti che produciamo quotidianamente con il nostro smartphone o PC.

Il pericolo vacanze

Per evitare spiacevoli sorprese, gli esperti di sicurezza online consigliano ai nonni colpiti dalla mania del grand-sharenting una serie di utili consigli per proteggere la loro privacy e quella della loro famiglia.

Per esempio, pubblicare foto sui social media mentre si è in vacanza ai Caraibi o a fare shopping nella Grande Mela è potenzialmente pericoloso: criminali e ladri non aspettano altro e hanno tutto il tempo per studiare come farvi una bella visita. Utilizzando Google Maps un ladro può riuscire a scoprire l’indirizzo esatto della vostra abitazione e vedere se c’è un allarme o un sistema di telecamere ad aspettarlo.

Un altro utile accorgimento è di non condividere foto che mostrino la parte frontale della propria casa o il cancello con il numero civico.

É importante poi prestare attenzione a quello che si scrive quando si commenta qualcosa sulla bacheca di un amico o di un famigliare: evitiamo di informare le altre persone su possibili vacanze di figli e nipoti o di una loro assenza prolungata da casa per i più svariati motivi.

Quando pubblichiamo la foto di un compleanno cerchiamo di essere un po’ vaghi sulla data e sull’età del festeggiato. A volte i compleanni cadono di lunedì mentre la festa viene organizzata nel weekend: lasciamoli nel dubbio. Così come non è necessario precisare ogni volta la data di nascita effettiva né scrivere il nome completo del proprio figlio. Scrivere per esempio “La festa del sesto compleanno di Filippo” fornisce abbastanza informazioni agli amici senza rivelare troppo.

Proteggiamo i più piccoli

Un altro accorgimento che possiamo usare è quello di modificare le password predefinite su tutti i dispositivi elettronici utilizzati dai nipoti in casa, compresi gli altoparlanti intelligenti come Alexa e i giocattoli interattivi che si connettono via Internet o Bluetooth. Gli hacker possono ottenere il controllo di questi dispositivi, osservare un bambino mentre dorme sfruttando una normale videocamera e ascoltare le loro conversazioni quando giocano.

Da evitare anche i post sui social media che mostrano gli interessi dei propri nipoti: possono dare ai pedofili una chiave d’accesso per entrare in contatto con i bambini. Per esempio, se al nostro nipotino piacciono i cani e la sua camera da letto è tappezzata da un poster gigante di un Labrador, è consigliabile non condividere quella particolare foto. Un predatore può contattare il bambino usando questa informazione come punto di contatto: “Ehi, ti piacciono i Labrador? Ne ho uno a casa…”

Come prevenire le truffe

Pubblicare sui social media informazioni personali (la data di nascita o il nome del proprio animale domestico) equivale a fornire a potenziali truffatori le informazioni che stanno cercando. Le persone anziane si dimostrano particolarmente vulnerabili alle truffe, specialmente a quelle che utilizzano espedienti come misteriose telefonate d’emergenza nei quali sono coinvolti i famigliari, quiz su Facebook o strane e-mail mandate da enti governativi per accertamenti non meglio precisati. Truffe preparate nei minimi dettagli grazie all’utilizzo dei social media e con soggetti pronti a tutto pur di fregare l’anziano di turno.

Per gestire al meglio i social network è consigliabile fare uno sforzo familiare collettivo. Non ha senso che un nonno stia attento a pubblicare certi contenuti se poi l’altro posta qualsiasi cosa online. È meglio trasformare i profili pubblici in privati e concordare su cosa pubblicare come famiglia: i social media sono un’aggiunta meravigliosa alla nostra vita ma vanno usati con molta attenzione.

Bacheche social invase da foto di bambini – L’intervista per “DIRE.it”

Questo articolo e l’intervista video sono stati pubblicati su Dire.it

Bacheche social invase da foto di bambini: cos’è lo sharenting e i rischi – DIRE.it

ROMA – Se vi è mai capitato di avere le bacheche social intasate di foto di neonati ritratti in tutte le salse e senza alcuna cautela nei confronti dell’erede immortalato vuol dire che anche voi avete avuto a che fare con un fenomeno dilagante di cui ancora si parla poco. Si chiama sharenting, il termine è un neologismo inglese che mette insieme due parole ‘share’ e ‘parenting’, e descrive quella tendenza che hanno molti genitori nel sovraesporre i propri figli, minorenni, senza il loro consenso sui social con foto, video e informazioni. Un fenomeno che con la pandemia ha subito una forte accelerazione.

“Nell’era dei social- ha spiegato Gianluigi Bonanomi, autore del libro ‘Sharenting’ edito da Mondadori- siamo tutti vittime della ‘vetrinizzazione sociale’ e quando ti trovi in vetrina metti in condivisione tutto quello che ti succede”, ma durante il lockdown “non avevamo nessun tramonto o piatto gourmet da immortalare e sempre più spesso i figli sono diventati i soggetti delle nostre foto”.

C’è anche un’altra spiegazione di carattere più sociologico “nella società liquida in cui viviamo – ha sottolineato l’autore- è più difficile definire la nostra identità e spesso ci riduciamo ad avere come unico riferimento noi stessi e il feedback diretto degli altri”. In quest’ottica capita di assistere “all’utilizzo delle foto dei figli come leva per ottenere quattro like in più”.

Ci sono ovviamente anche i casi di coloro che vogliono, per circostanze particolari, “convidivere la straordinaria esperienza della genitorialità– ha continuato Bonanomi- anche con amici e parenti lontani”, l’importante è avere coscienza dello strumento che utilizziamo perché altrimenti si rischiano spiacevoli conseguenze.

CONDIVIDERE LE FOTO DEI MINORI: I RISCHI DELLO SHARENTING

“Solo per fare alcuni esempi ricordo la foto di un bambino nudo con il sedere scoperto e l’hashtag #chapet, il problema è che se si andava a vedere quali altri foto erano raggruppate sotto quell’hashtag “si finiva in un flusso di immagini di natiche molto più erotiche e sessualizzate”. Oppure “la foto di un bambino tutto sporco delle sue stesse feci fuoriuscite da un pannolino immortalato come un momento simpatico da parte del genitore senza pensare che, quando quel bambino crescerà, quella stessa foto potrebbe essere usata da un cyberbullo contro di lui“. Perché ciò che mettiamo in rete “è perso per sempre”.

Ciò che per noi è un’immagine innocua per altri può diventare oggetto di speculazione e di scambio, “mi è capitato di vedere del materiale sequestrato dalla Guardia di Finanza- ha ricordato- i pedofili si scambiano foto e filmati come fossero figurine. A me manca quella del bagnetto a te quella della spiaggia col costumino e ce le scambiamo. La cosa peggiore che ho visto sono i fotomontaggi, in cui prendono la faccia di tuo figlio e la mettono su un’immagine pornografica“. La soluzione non è astenersi dal condividere sui social qualunque immagine che abbia come soggetto un minore, condividere si può, ma con qualche accorgimento.

CONDIVIDERE LE FOTO DEI PROPRI FIGLI IN SICUREZZA: ECCO COME

Se ci rendiamo conto di “aver scattato una foto- precisa Bonanomi- in cui il volto del bambino è perfettamente riconoscibile, mettiamo uno sticker, una pecetta“. Ci sono anche degli strumenti che permettono di “controllare veramente- ha concluso- la condivisione come il Family Album che consente di decidere chi vedrà quelle foto e cosa ne potrà fare se potrà scaricarle, se le potrà solo visualizzare o magari le foto saranno caricate solo per un determinato lasso di tempo” per poi scomparire. “Insomma ci vuole tanto buon senso, bisogna essere genitori fino in fondo, sono quelli che devono essere degli angeli custodi e proteggerli e possibilmente non essere la fonte del problema”.

La cantante Pink si disintossica dallo sharenting [articolo per Villaggio Tecnologico]

Questo articolo è stato pubblicato su Villaggio Tecnologico il 4 giugno 2021

La cantante Pink si disintossica dallo sharenting