Iperconnessione e sharenting: l’intervista alla psicologa Giulia Giorgi

Giulia Giorgi è una psicoterapeuta cognitivo comportamentale che si occupa di educazione, supporto all’età evolutiva e genitorialità. Ha realizzato il percorso ConnessiOFFline: un ciclo di incontri per genitori che si trovano in difficoltà nella gestione di figli iperconnessi, sempre collegati ai social, allo smartphone, alla Rete in generale. Le ho fatto qualche domanda su questi temi e, ovviamente, sullo sharenting.

La dipendenza dalla tecnologia ha subito una veloce impennata a causa del lockdown, ma non tutti i genitori e le famiglie hanno cognizione del problema. Come aiuti le famiglie da questo punto di vista?

Con ConnessiOFFline voglio mettere a disposizione le mie competenze come psicologia per fornire strumenti pratici, strategie, esercizi studiati per ogni situazione famigliare. Non è dire “NO” al digitale oppure allo smarthphone a prescindere: penso sia impossibile; io stessa, come professionista e donna, lo utilizzo quotidianamente per lavoro.

Parto dall’assunto che quando un genitore mi dice che suo figlio sta troppo connesso, non esce più di casa, sta chiuso nella sua stanza e non sa come parlargli, c’è paura di “disturbarlo” mentre è connesso, questi siano comportamenti e atteggiamenti che sottendono un clima famigliare alterato, forse problematico, o comunque un sistema in cui qualcosa, anche a livello emotivo, potrebbe essere sfuggito al genitore. Per questo “connessi offline”: impariamo a ritornare connessi a livello emotivo coi nostri ragazzi sia quando sono OFF line sia quando non lo sono. Occorre strutturare regole, modi, comportamenti per stare con loro, per fare qualcosa con loro anche quando sono nel loro mondo virtuale, per dedicare più tempo per stare “insieme”.

Qual è la responsabilità dei genitori nei fenomeni di iperconnessione dei figli?

I genitori che lasciano il cellulare e la Rete in mano ai ragazzi, senza dare regole, hanno da un lato l’illusione del controllo (mio figlio è in casa e gioca online, non esce, non ci sono pericoli…) dall’altro risponde a un’esigenza: non hanno più tempo, dopo il lavoro, da dedicare ai figli e la tecnologia è comoda, fa da baby-sitter, come la TV.

In ogni caso fare i genitori è un mestiere complicato, soprattutto da un punto di vista emotivo. Saper empatizzare con le emozioni dei figli, sentire quello che provano, comprenderli, saperli ascoltare restano compiti molto difficili e non così lontani dalle dinamiche “pericolose“ del digitale.

Dal punto di vista psicologico, c’entra anche la questione identitaria?

La pubertà e l’adolescenza sono caratterizzate dal delicato processo di definizione della propria identità e personalità: un processo fisiologico e psicologico delicato e peculiare dell’adolescenza. Ormai è risaputo come attraverso i social tutti cerchino di mostrare la propria parte migliore (il profilo giusto, l’outfit giusto, la luce giusta, il filtro che ci rende più belli o naturali…) e questo perché la realtà virtuale ci permette di comunicare agli altri un’immagine quasi idealizzata di noi per ottenere approvazione, accettazione, diventare famosi.

Questi aspetti – in qualche modo finalizzati al like e impressionare il follower – innescano l’attivazione dopaminergica insita nel desiderio e nell’eccitazione dell’attesa, alla base dello sviluppo di comportamenti dipendenti. Al di là dei comportamenti dipendenti, i ragazzi cercano se stessi online, confondendo realtà e finzione.

E cosa succede con lo sharenting?

Il genitore, che tra i compiti evolutivi di cura dovrebbe avere quello della protezione, dovrebbe essere custode dei dati personali dei suoi figli così come della sue educazione. Padri e madri si appropriano del delicato processo di definizione di un’identità “digitale” del figlio, spesso senza che questo ne sia informato o consapevole. Penso che sia dovere di un genitore soffermarsi su quanto rischioso possa essere interferire con il delicato processo di definizione dell’identità dei loro figli.

Si parla delle motivazioni che stanno alla base della tendenza allo sharenting: tra queste vi è l’appagamento narcisistico?

Queste motivazioni potrebbero essere analizzate e indagate anche in vista di una riduzione e prevenzione dei danni conseguenti.

(Per un approfondimento cito un articolo che avevo scritto per la rivista State of Mind: Facebook & Mamme Moderne: vi presento il mio bambino!)

Quando parlo ai genitori che mi chiedono come si fa ad essere “bravi genitori” parto sempre dal principio: oggi essere genitori non è più facile o  difficile di come lo è stato per i nostri nonni o genitori, ma solamente ci sono più studi a riguardo. La società è più accelerata e flessibile, più esigente e – cosa da non trascurare – si diventa spesso genitori più avanti con l’età: questo, soprattutto per le donne, si correla anche alla necessità di realizzazione personale e lavorativa che, appunto, tende ad arrivare dai 35 anni in su. I social, per alcune mamme, sono uno svago, un divertimento anche prima dell’arrivo del bambino, momento a partire dal quale possono anche divenire uno strumento di condivisione delle gioie e difficoltà della fase della gravidanza ma anche della maternità. Per altre ancora i blog hanno aperto le opportunità di scambio per creare e reinventarsi nuove attività lavorative, soprattutto e anche in funzione della necessità di dover avere più tempo per stare a casa mentre si lavora. Anche senza parlare di dipendenza da Internet, certe mamme non potrebbero fare a meno di aggiornare quotidianamente il proprio status di Facebook (o quello del loro baby) per mantenere alto l’interesse altrui su di loro o, perché no?, “ alimentare” i tratti narcisistici della personalità.

Ricapitolando: si potrebbe ipotizzare che i genitori che tendono all’overshare della vita dei loro bambini potrebbero avere una spiccata predisposizione a tratti narcisisti di personalità?

Di certo le mamme moderne tendono sempre più a sperimentare la maternità e, in seguito, la gravidanza in età più avanzata, verso i 40 anni, interpretandolo come un successo personale di cui essere orgogliose. Tra le mamme over 30, spesso, i cambiamenti fisiologici del corpo per la gravidanza sono investiti di nuovi significati. Dunque pubblicare e condividere online e su Facebook le foto del proprio corpo dopo il parto o le immagini del proprio bimbo potrebbe essere visto come un successo: “Che cosa sono stata capace di generare pur restando fisicamente perfetta e immutata”. Potrebbero essere tutti spunti di riflessione interessanti.

Parliamo di sharenting da un punto di vista evoluzionistico?

La cura, da un punto di vista psicologico più che una delle emozioni di base, secondo me è il risultato, l’obiettivo cui tende la genitorialità. Parlo di progetto educativo, inteso come insieme di funzioni di supporto alla crescita tra cui cura e accudimento, ma anche trasmissione di regole (autorevolezza) e di capacità di contenere e saper gestire i figli (anche da un punto di vista emotivo). La cura e l’accudimento riguardano il dare amore, il soddisfacimento dei bisogni fisiologici ma anche il prendersi cura, l’esserci, proteggendo i figli in tutto il corso della loro vita.

Da queste presupposti mi collego a quanto scritto nel tuo libro Sharenting. Citi alcune “catene” di post sui social da parte di alcune mamme: fenomeni  che testimoniano la ricerca di approvazione attraverso i like; questi aspetti costituiscono un’inversione di rotta della CURA del progetto genitoriale. Non si criticano le condotte di alcuni genitori a priori, ma mi auguro che chi leggerà quest’intervista possa ricordare come noi adulti, quando diventiamo genitori, siamo investiti di un ruolo educativo, di trasmissione del sapere, dare protezione, contenimento e guida: non facciamo in modo che siano i social a strapparci di mano gli obiettivi del nostro ruolo.

Sharenting, intervista a Evita Comes di Bimbiaroma

La tanto bistrattata Rete – per alcuni luogo che favorisce l’egoismo e penalizza le relazioni – mi ha permesso, grazie al libro Sharenting, di conoscere tante persone impegnate sul fronte della comunicazione per le famiglie. Tra queste anche Evita Comes di Bimbiaroma, che ho intervistato sul tema della sovraesposizione dei figli online.

Ciao Evita, ti sei mai confrontato con il tema della sovraesposizione online?

Di certo, come credo tutti noi, ricordo alcune foto di me da piccola decisamente imbarazzanti. Forse risalgono soprattutto al periodo preadolescenziale, altre invece a quando ero più piccola e mia madre si divertiva a vestirmi e conciarmi in un modo che oggi potrebbe essere considerato quasi ottocentesco. Se oggi mia madre pubblicasse quelle foto di me su almeno uno dei tanti social network che utilizziamo, sicuramente potrei diventare oggetto di commenti di qualche leone da tastiera oppure, nel peggiore dei casi, se la mia foto venisse pubblicata in un gruppo chiuso e poco controllato, probabilmente il giro di quella foto sarebbe più ristretto ma sicuramente passerebbe tra le mani di estranei.

E nell’era del Web e dei social?

Noi crediamo di avere sotto controllo l’utilizzo che facciamo delle nostre informazioni private sul Web, ma in realtà non è così ed oggi molto più di ieri a scontare di questa mancata tutela sono prima di tutto i nostri figli che il più delle volte, completamente inconsapevoli, collezionano album di se stessi sui profili Facebook e Instragram di mamma e papà, per citare solo due delle piattaforme social più utilizzate in assoluto dalla popolazione mondiale.

Ma è sempre un male?

Essere felici e fieri della genitorialità acquisita non ha, a mio parere, nulla di sconveniente. Anzi, è una soddisfazione e un regalo che la vita ci fa senza eguali.

Quando, secondo te, diventa pericoloso?

Quando ricorriamo alla condivisione di alcune informazioni troppo personali che riguardano noi, ma soprattutto i nostri figli. Creare quasi una sorta di vita parallela dei bambini sul web che letteralmente “crescono” attraverso i nostri post.

Hai dei suggerimenti per i genitori che vogliono condividere in sicurezza?

Io condivido immagini di mia figlia con il viso sempre coperto da emoji oppure da sticker a forma di cuore, altrimenti cerco di farle delle foto in cui il volto non è visibile.

Voi consigliare delle lettura per approfondire?

Per tutte le età, bambini e adulti, suggerisco un libro acquistato da poco ma che già balza nella top ten dei miei libri preferiti. Si tratta di “Come diventare un esploratore del mondo” di Keri Smith, libro fotografico e ricco di illustrazioni, edito da Corraini Edizioni. Buona lettura a tutti!

“Mio marito pubblica le foto dei figli su Facebook…” [Pellai, Famiglia Cristiana, cita Sharenting]

Sul numero del 16 agosto di Famiglia Cristiana Alberto Pellai, rispondendo a una lettrice, cita il libro Sharenting:

famiglia_cristiana_alberto_pellai_sharenting_mondadori_università

Instamom: come diventare una “mamma social” senza mettere a rischio i bambini [Agenda Digitale]

Questo articolo, a firma Gianluigi Bonanomi, è stato pubblicato su Agenda Digitale il 15 agosto 2020.

Instamom: come diventare una “mamma social” senza mettere a rischio i bambini

Non più (solo) celebrity moms che raccontavano la quotidianità e normalità della loro vita attraverso post e video: ora è il turno delle mamme 2.0 di guadagnare attraverso la pubblicazione di contenuti social. Un ritratto delle Instamom e qualche consiglio per evitare e difendere la privacy dei bambini

I social network si stanno rivelando alleati sempre più preziosi per le giovani mamme, non solo per scattare selfie su Instagram e condividere consigli utili o aneddoti divertenti, ma per guadagnare attraverso la pubblicazione di contenuti. Cifre che poi variano in base ai follower e all’interesse generato e per certi post/campagne alcune mamme riescono ad arrivare a compensi fuori dall’ordinario (anche a sei cifre!).

Promuovere un marchio, diventare ambasciatrice di una particolare azienda o lanciare una propria linea di prodotti è diventato un lavoro 24 ore su 24, 7 giorni su 7 per le mamme 2.0 che sfruttano questi canali di condivisione per parlare delle loro esperienze di vita quotidiana, dei problemi nel conciliare la famiglia e la carriera e altro ancora.

Instagram sembra essere la piattaforma preferita dalle mamme e i numeri sono sorprendenti: l’hashtag #instamom ha oltre 5 milioni di post pubblici.

#Instamom

Nei Paesi anglosassoni hanno coniato un soprannome per queste mamme sempre connesse a Instagram: le “Instamom”. Per un’azienda avere una di queste Instamom rappresenta un indiscusso vantaggio commerciale, considerando che le madri gestiscono l’85% degli acquisti delle famiglie e trascorrono più di tre ore connesse online. In quest’era dominata da contenuti sponsorizzati e da influencer, poter contare su un’ambasciatrice con migliaia o milioni di fan è diventato fondamentale per molte aziende. Instagram non è diventato solo il luogo dove condividere la felicità e la gioia di essere mamma, si è trasformato nella piattaforma ideale per guadagnare attraverso le sponsorizzazioni di prodotti e campagne pubblicitarie. Perché una vera Instamom promuove e può promuovere di tutto, suggerendo alle neomamme la copertina ideale per il lettino del bebè o l’accappatoio per il bagnetto, il detergente perfetto per evitare qualsiasi tipo di allergia e così via. Non solo suggerimenti per gli acquisti, perché le Instamom danno preziosi consigli su come allattare al seno o su come gestire situazioni potenzialmente problematiche. Molti critici sostengono che queste mamme 2.0 stiano semplicemente sfruttando la situazione cercando di monetizzare il più possibile, esponendo i propri bambini alla luce della ribalta, curandone in modo ossessivo l’immagine e imponendo loro delle abitudini discutibili in nome al consumo più sfrenato. E non sorprende più di tanto scoprire – grazie a uno studio condotto dall’Università della California – che il sogno di ogni adolescente sia quello di diventare famoso, di essere una celebrità. Un desiderio che sembra attirare i bambini già in età preadolescenziale.

Una realtà distorta

Una vita all’insegna dei “Mi piace” e alla ricerca costante di visualizzazioni può rivelarsi dannosa, quando si hanno genitori disposti a tutto per guadagnare milioni di euro. Infatti, Instagram è popolato da piccole star create da amorevoli mamme che le hanno trasformate in fenomeni virali. Questa visione “idealistica” del rapporto tra genitori e figli è assolutamente distorta e lontana dalla realtà, e può avere delle pesanti ripercussioni in futuro sulla psiche e la crescita del bambino. I social media nella versione più estrema (lo sharenting) espongono i bambini a fenomeni legati al cyberbullismo e non solo: foto e post sono pubblici e possono essere facilmente ripubblicati e visualizzati da chiunque. Purtroppo, ogni Instamom pubblicando foto o una storia su Instagram mette in pericolo l’identità del proprio bambino e ne facilita l’utilizzo per scopi illeciti ed eventuali abusi: diversi siti di pornografia minorile sfruttano proprio i contenuti prodotti dai social media. Ci sono poi utenti che creano nuovi account “solo” per rubare foto di bambini e, purtroppo, Instagram non riesce a fermare questo pericoloso fenomeno. L’unico modo che i genitori hanno per difendere la privacy dei propri figli è quello di segnalare e bloccare questi utenti e di utilizzare qualche watermark (filigrana) sulle proprie immagini per dissuadere i malintenzionati da ogni possibile utilizzo senza permesso.

Consigli per evitare abusi

È importante ricordare che il modo più sicuro per evitare qualsiasi tipo di abuso è quello di non pubblicare foto dei propri figli! Se vogliamo diventare una mamma 2.0 possiamo comunque seguire una serie di consigli per rendere il nostro account pubblico un po’ più sicuro. Prima di postare una foto è importante ricordare che ciò che pubblichiamo resterà per sempre online, anche se lo rimuoviamo.

La prima regola è controllare e limitare chi ci segue (follower): è un’operazione che richiede tempo ma è fondamentale bloccare quegli account sospetti che non hanno un’immagine pubblica (o che non sembrano gestiti da persone reali) o quelli che sono privati e non permettono di vedere nulla.

Da evitare poi il geotagging o il tagging di qualsiasi tipo che forniscono troppi dati ai malintenzionati: è consigliato non pubblicare mai la propria posizione a meno che non ci si trova in un luogo pubblico, mentre è sconsigliabile postare foto nella propria abitazione.

Infine, mai usare il vero nome del proprio figlio/figlia: usate soprannomi o pseudonimi per proteggerne l’identità online.

Non mettiamo i figli in vetrina [intervista al settimanale F]

Sul numero 31 del 4 agosto 2020 del settimanale F di Cairo editore è stata pubblicata un’intervista a Gianluigi Bonanomi sullo sharenting.

Non mettiamo i figli in VETRINA

L’ultima è stata Wanda Nara, moglie del giocatore Mauro leardi: il Codacons l’ha accusata di “sfruttare” le sue bambine di 3 e 5 anni pubblicando su Instagram tutorial di makeup e cucina che le vedono protagoniste. Prima di lei nel mirino erano finiti Chiara Ferragni e Fedez che, quando il figlio Leone non era ancora nato, hanno postato la sua prima ecografia in 3D, e poi gli hanno aperto un profilo personale. I personaggi famosi non sono i soli a mettere in vetrina i figli sui social network: su Facebook lo fa il 98 per cento dei genitori. In Rete finiscono immagini, video, informazioni riservate e anche imbarazzanti.

Ma siamo sicuri che questa sovraesposizione faccia bene ai nostri ragazzi?

«La tendenza a condividere in maniera esagerata tutto ciò che riguarda i propri figli si chiama sharenting, un termine che deriva dalla fusione delle parole share, cioè condividere, e parenting, fare i genitori. Il fenomeno è aumentato durante il lockdown, quando ci siamo ritrovati da soli, a casa, con i nostri smartphone. Le conseguenze possono essere devastanti»

mette in guardia Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e esperto di comunicazione digitale, autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online (Mondadori Università, 11 euro), che spiega:

«Persone malintenzionate possono usare le informazioni che divulghiamo. Inoltre, molti adolescenti non la prendono bene quando trovano su Internet le loro foto da piccoli, magari svestiti».

Perché i genitori condividono questo tipo di informazioni?

«Viviamo tutti come in vetrina: non vediamo l’ora di postare sui social network i momenti più significativi della nostra giornata, dal piatto di pasta a ciò che guardiamo in tv, alle vacanze. Per una mamma o un papà la cosa più bella sono i figli: è naturale condividere ciò che li riguarda. Le foto buffe raccolgono like, chi soffre di insicurezza le pubblica per sentirsi apprezzato. Ma non si rende conto che potrebbe danneggiare la prole».

Come?

«Intanto, ce una violazione della privacy. Da un punto di vista legale un genitore può pubblicare ciò che vuole, ma se è divorziato deve avere il consenso dell’ex. Prima di postare qualcosa bisognerebbe chiedersi: come reagirà mio figlio tra qualche anno? Le foto buffe, come quelle che li ritraggono sul vasino o sporchi di cacca e così via, potrebbero causare il risentimento dei ragazzi, quando scopriranno che mamma e papà li hanno messi in ridicolo. All’estero alcuni di loro hanno denunciato i genitori. La figlia di Gwyneth Paltrow, Apple, ha rimproverato sua madre per aver postato una loro foto insieme».

C’è anche un rischio per la sicurezza?

«Certo. Molti pubblicano foto dei loro piccoli nudi, magari mentre fanno il bagnetto. Il 50 per cento delle immagini trovate nei database dei pedofili sono prese dai social network».

Però, le mamme e i papà non lo fanno apposta. Magari vogliono solo mostrare ai parenti lontani come crescono i propri figli.

«Bisognerebbe riflettere su ciò che stiamo pubblicando: è proprio necessario diffondere quel contenuto? Una volta che abbiamo condiviso una foto, anche sui gruppi chiusi di WhatsApp, non riusciamo più a controllarla. Perché chi sta dall’altra parte potrebbe pubblicarla o inoltrarla a qualcun altro».

Chi condivide più informazioni: le mamme o i papà?

«Le mamme, soprattutto nei primi anni di vita dei bambini. Qualcuna posta informazioni prima che il figlio sia nato: è ormai frequente vedere le ecografie online. Molte, ispirate dagli influencer, creano un profilo per i propri neonati e lo aggiornano con foto, video e pensieri che gli attribuiscono. Una volta cresciuti, i ragazzi si ritroveranno una identità digitale che magari non li rappresenta. Non sarebbe più giusto lasciare che siano loro a decidere se iscriversi ai social network e che cosa raccontare di sé?».

Ci sono fasce di età più a rischio sharenting?

«È un fenomeno che riguarda tutti i bambini, da 0 a 14 anni. I rischi aumentano man mano che crescono. All’asilo sono sovraesposti perché condividiamo le loro prime attività sociali. Inizia lo sharenting dei figli non propri: genitori che pubblicano le feste di compleanno senza “nascondere” i bambini degli altri. Alle elementari cominciano gli sport e le uscite e noi geolocalizziamo i nostri piccoli a scuola, in palestra, mettendo a repentaglio la loro sicurezza: chiunque potrebbe adescarli utilizzando le informazioni che diffondiamo. Oppure potrebbe usarle per rubare la loro identità digitale, crearsi un profilo falso per qualsiasi scopo. Ma la cosa più grave è che violiamo la privacy dei bambini senza chiedere il loro parere, nonostante abbiano già 8 o 9 anni e, magari, anche lo smartphone. Alle medie la situazione diventa esplosiva».

Per quale motivo?

«I ragazzi acquistano piena consapevolezza della propria identità digitale, cominciano a cercarsi online e trovano informazioni che non pensavano potessero essere state pubblicate. Provano imbarazzo e i problemi di autostima tipici di questa età possono ingigantirsi. Specie se sono vittime dei cyberbulli, che usano quelle foto imbarazzanti per metterli in ridicolo».

Lo sharenting riguarda anche i ragazzi più grandi?

«Dai 15 anni in su ormai sono quasi maggiorenni, hanno una maggiore consapevolezza. Vanno incontro ad altri problemi, come il sexting, che consiste nel condividere contenuti intimi, magari con il proprio fidanzatino. Quando finisce la relazione, quel materiale come
verrà utilizzato?».

Ma questo vale anche per WhatsApp o Telegram, oppure queste chat sono più protette?

«Vale per tutto: quando condividiamo una foto, un video o un’informazione, non possiamo sapere che uso ne farà chi la riceve e né se, magari ingenuamente, la condividerà sui propri social o con altre persone sempre su WhatsApp».

Ma, quindi, come devono comportarsi i genitori? Come si concilia il rischio di sharenting con la propria passione per i social network?

«Basta scegliere con buon senso le immagini e i canali giusti da utilizzare. Non esagerare con i dati personali, scegliere di oscurare i volti oppure cambiare inquadratura: se vuoi far vedere che sei in vacanza, non devi necessariamente mostrare il volto di tuo figlio. Controllare sempre le attività online dei propri ragazzi, affiancarli, far capire loro i rischi che si corrono stando in Rete. Usare gli strumenti di parental control, che inibiscono le chat con sconosciuti o la visita a siti non permessi. Educarli sin da piccoli li aiuterà a vivere bene la loro identità digitale da grandi».

L’intervista sullo sharenting su Nostrofiglio.it

Nel luglio 2020 il portale Nostrofiglio.it ha dedicato un articolo al libro Sharenting e un’intervista a Gianluigi Bonanomi.

Sharenting, cos’è, i rischi connessi e gli accorgimenti da prendere

Lo sharenting è l’uso eccessivo dei social da parte dei genitori, che pubblicano continuamente le foto dei figli. Abbiamo chiesto informazioni a Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione on line (Mondadori Education), che ha spiegato quali sono i rischi legati ad esso, offrendo alcuni suggerimenti importanti.

Pubblicare le foto dei figli sui social è un’abitudine di molti genitori, e non solo vip. Ma è giusto farlo? Occorre fare molta attenzione.

Ci sono alcuni accorgimenti da seguire e molte cose importanti da sapere quando si condividono le foto dei figli minorenni su Facebook o Instagram. Abbiamo chiesto informazioni a Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e formatore sui temi della comunicazione digitale, nonché autore del libro Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione on line (Mondadori Education).

Lo scrittore ci ha spiegato in cosa consiste lo sharenting e quali sono i rischi legati ad esso, offrendo alcuni accorgimenti importanti se si sceglie di pubblicare foto dei propri figli sui social.

Gianluigi Bonanomi è autore anche del sito www.sharenting.it, nel quale è possibile trovare un test da fare per capire se si ha un problema di sharenting oppure no.

Cos’è lo sharenting?

«Da qualche anno vado in giro per la scuole, per le aziende, per gli enti e le associazioni a raccontare l’suo consapevole della tecnologia, mia grande passione rispetto alla professione principale, che è quella di comunicatore digitale. Otto anni fa sono diventato genitore e ho pensato di voler dare un contributo sull’uso consapevole della tecnologia alle famiglie.

Mi sono accorto che spesso ci si concentra quasi sempre sul minore e poco invece sui genitori. Invece il problema per i genitori sta crescendo: spesso sono loro a mettere, a volte anche inconsapevolmente, a repentaglio i ragazzi.

Ho fatto dunque una ricerca e mi sono imbattuto in vari studi, negli Stati Uniti, che trattavano il tema dello Sharenting. Quest’ultimo è la crasi tra due termini, uno che significa “condivisione” (share) e l’altro “genitorialità” (parenting). Ho notato che in Italia non c’era un lavoro strutturato su questo tema, perciò ho raccolto del materiale, ho fatto varie interviste e ho pubblicato un libro.

Lo sharenting non avviene perché i figli si mettono on line, ma perché i genitori mettono on line i propri figli per diversi motivi. Lo sharenting è l’uso eccessivo dei social da parte dei genitori, i quali condividono continuamente foto e video dei figli o eventi loro accaduti».

Nel nostro Paese sono molti i genitori che condividono le foto dei figli minorenni sui social?

Sharenting: i dati

«I genitori che postano le foto dei figli in Italia sono tanti. I dati al riguardo, in particolare, sono diversi: ci sono differenze tra mamme e papà, primipare e no, tra chi ha già una forte partecipazione sui social e chi no. In linea di massima, il fenomeno è crescente.

Vi sono addirittura mamme che pubblicano immagini di bambini che ancora non esistono e che sono ancora nella pancia. In questo caso alcuni dei fenomeni più frequenti sono la pubblicazione delle ecografie del bimbo e addirittura la creazione del profilo del bambino che verrà.

C’è poi anche un fenomeno emulativo degli influencer, che usano i propri figli per avere attenzione».

Perché si pubblicano le foto dei figli sui social network

Perché ciò avviene? Le motivazioni sono tre.

  1. La prima è la “vetrinizzazione sociale” dell’epoca attuale, ossia noi stiamo vivendo a causa dei social una realtà che viene condivisa continuamente sulle pagine social e che è visibile agli altri.
  2. La seconda motivazione è l’insicurezza: i genitori usano i figli per avere feedback positivi, soprattutto se ritengono la propria vita poco interessante.
  3. La terza è la condivisione vera e propria, cioè il voler far vedere i figli a persone lontane (parenti, amici, ecc.): sarebbe meglio non farlo su Instagram o Facebook, al massimo lo si può fare su Whatsapp. Se proprio si desidera condividere contenuti legati ai figli, è possibile usare delle piattaforme realizzate appositamente per lo sharenting.

«Quali sono le conseguenze dello sharenting? Molti genitori le sottovalutano, pensando di non fare nulla di male. Invece dei rischi ci sono».

Quali sono i rischi più gravi che si corrono?

  1. «Anzitutto, quello della privacy è il problema principale.
  2. Poi c’è il problema della sicurezza. Si sovraespongno i figli mediante i social, raccontando tutto ciò che fanno (dove giocano a pallavolo, dove vanno al parco, ecc.) e ciò che piace loro: un malintenzionato, nel caso di grooming (adescamento in rete), ha così tutti gli elementi per poter intervenire e rendersi simpatico e vicino agli occhi del figlio.
  3. C’è poi la pedopornografia: la metà delle foto trovate nei database dei pedofili gliele forniamo noi praticamente su chat, social, forum: questa affermazione, frutto di uno studio australiano, che ho riportato nel libro, è purtroppo molto inquietante.
  4. Il cyberbullismo è un altro rischio: il genitore, pubblicando inconsapevolmente foto del bambino magari dopo che è caduto o dopo si è sporcato, mette in ridicolo il figlio. I cyberbulli possono utilizzare il materiale postato per bullizzare il bambino.
  5. Altra conseguenza da non trascurare è l’imbarazzo procurato nei bambini: alcuni genitori non chiedono il permesso di pubblicare ai figli. Alcuni si ribellano: Apple, figlia di Gwyneth Paltrow, sotto una foto Instagram dell’attrice hollywoodiana che ritraeva la figlia con il casco durante una vacanza, ha scritto come commento al post della madre: “Smettila di pubblicare le mie foto”. La madre ha risposto: “Ma non si capisce neanche che sei tu, hai pure gli occhiali da sole”, senza rendersi conto del diritto della ragazza, mostrando un’insensibilità davanti alle rimostranze della figlia. All’estero ci sono state anche delle cause legali per sharing portate avanti da figli nei confronti dei genitori e in Italia si iniziano ad avere sentenze legate a genitori che pubblicano eccessive foto dei figli».

Accortezze da adottare per evitare di esporre i propri figli ai rischi del web

  1. «La cosa più importante è avere buon senso: ciò non significa che non bisogna pubblicare foto sui social, ma che occorre rispettare la privacy, facendo magari un’inquadratura diversa, non riprendendo ad esempio il volto, facendo scatti da dietro, facendo coprire parti che non devono essere viste. Alcune persone pubblicano le foto del bagnetto dei figli piccoli senza coprire le nudità, alcuni invece mettono uno sticker o un adesivo, ma anche questo dovrebbe essere evitato. Ci sono momenti che non devono assolutamente condivisi e che devono restare nella famiglia.
  2. Scelta dei canali tecnologici giusti (piattaforme online, social network). Non tutti i canali sono buoni, poiché non si sa esattamente chi c’è dall’altra parte. Pubblicare foto su Facebook o Instagram non è sicuro. Se si vuole essere certi, occorre scegliere canali che diano la possibilità di mostrare senza dare agli altri la possibilità di condividere, stampare, salvare o altro. Ci sono strumenti on line anche negli smartphone che consentono di pixelare, di oscurare, ecc., ma in linea di massima è opportuno ricordare che tutti gli strumenti di questo tipo purtroppo possono essere bypassati.
  3. Occorre fare attenzione anche alle foto che si scambiano gli adolescenti, che spesso mandano foto intime. Quando finisce la relazione, il fidanzatino, per esempio, potrebbe usare le foto come trofeo da far vedere agli amici o come “vendetta” se non sono più insieme (cosiddetto revenge porn).
  4. Fondamentale è dare delle regole ai parenti o agli amici: chiarire che se si mandano delle foto dei bambini, queste non devono essere pubblicate. O, per esempio, se si è a una festa, è importante che loro chiedano prima di pubblicare foto dei figli.

L’idea del libro “Sharenting”

«L’idea del libro è venuta circa due anni fa. Lavoro con la Bicocca di Milano per un progetto che si chiama “Benessere Digitale” e collaboro con docenti che si occupano di questi temi. Ad un certo punto ho proposto a Mondadori il mio libro innovativo e ho iniziato a lavorarci nel 2019. Il libro è uscito casualmente in piena pandemia: il tema, da “caldo”, è divenuto “caldissimo”. Le famiglie, durante il lockdown, hanno usato ancora di più i social e si è arrivati a una ulteriore recrudescenza del problema», ha spiegato Bonanomi.

Il test sullo sharenting su Corriere.it

Il Corriere della Sera, sul sito corriere.it, ha pubblicato un articolo sul libro Sharenting e riportato il test pubblicato sul libro.

Sharenting, sette genitori su 10 pubblicano la foto dei figli sui social. E tu? Esponi troppo i tuoi figli on line? Fai il test

Da Leone, il figlio di Chiara Ferragni e Fedez, esposto sui social dal primo giorno, a Apple, la figlia di Gwyneth Paltrow irritata per la foto pubblicata dalla madre sulle piste da sci: lo sharenting è frequente tra i vip, ma sta diventando una moda anche per mamme e papà comuni. E le conseguenze possono essere pericolose. Il test di Gianluigi Bonanomi, autore di «Sharenting», ci aiuta a capire se abbiamo la situazione sotto controllo o dobbiamo intervenire

Non ci sono solo Chiara Ferragni e Fedez, che del piccolo Leone hanno postato ogni singolo istante di vita, dal primo battito in grembo ai primi passi. Il fenomeno dello sharenting (un neologismo che deriva dall’unione tra sharing e e parenting), la

 Sharenting, sette genitori su 10 pubblicano la foto dei figli sui social. E tu? Esponi troppo i tuoi figli on line? Fai il test

condivisione di foto di figli minorenni sui social network, sta diventando una prassi abituale- e potenzialmente pericolosa- per i genitori di tutto il mondo. È quanto rivela l’ultimo saggio di Gianluigi Bonanomi, «Sharenting» (Mondadori università, in libreria dal 4 giugno, prezzo 11 euro), appunto, dedicato a «Genitori e rischi della sovraesposizione online».

Il 20% dei genitori pubblica foto imbarazzanti

Gli studi sull’argomento non riguardano ancora campioni consistenti di popolazione, ma iniziano ad essere significativi e a dare l’dea di un fenomeno che sta prendendo piede in maniera sotterranea ma sempre più evidente. Su Facebook vengono postati 300 milioni di foto al giorno, ovvero circa 136.000 foto al minuto. Sempre ogni minuto, vengono postati 510.000 commenti e aggiornati 293.000 status. Secondo una ricerca del 2012 (Bartholomew et al. 2012) il 98% dei genitori attivi su Facebook posta foto dei loro figli. Un’altra ricerca citata da Bonomi, condotta nel 2014, presso l’Università del Michigan, intervistando 569 genitori di bimbi fra 0 e 4 anni di età, rivela che il 56% delle madri e il 34% dei padri avevano postato sui social informazioni riguardanti i figli. Ancora più interessante un secondo dato: il 70% degli intervistati conosceva un genitore che aveva postato informazioni che potevano risultare imbarazzanti per un bambino (56%), che aveva condiviso affermazioni che permettevano di localizzare un bambino (51%), o che aveva pubblicato foto che potevano risultare inappropriate di un bambino (27%). Un’altra ricerca, condotta nel 2015 per conto del Family Online Safety Institute (FOSI) intervistando 589 genitori di bambini fra i 6 e i 17 anni da tutti gli USA, ha rilevato che circa il 20% dei genitori che hanno un account su social network hanno condiviso informazioni sul figlio che egli potrebbe trovare imbarazzanti in futuro. Inoltre, un genitore su 10 aveva ricevuto dal figlio la richiesta di rimuovere un post che lo riguardava.

L’87% ritiene che sia un proprio diritto

Uno studio sullo sharenting è stato condotto anche in Italia nel 2016, e pubblicato sulla «Rivista Italiana di Educazione Familiare » nel 20173. Lo studio, condotto da Davide Cino e Silvia Demozzi, collocava il fenomeno dello sharenting all’interno di un quadro teoretico- concettuale relativo al desiderio di visibilità nella società occidentale contemporanea, e illustrava i risultati di

 Sharenting, sette genitori su 10 pubblicano la foto dei figli sui social. E tu? Esponi troppo i tuoi figli on line? Fai il test

una ricerca su un campione di 216 madri italiane attive su Facebook sia con pagine personali che su gruppi per genitori. Ebbene, il 68% delle intervistate pubblica tali foto sulla propria pagina personale l’88% delle mamme che posta foto dei figli non li ha mai consultati prima di farlo, e l’87% di loro ritiene che quello di pubblicare le foto sia un diritto. Curiosamente, anche la metà delle madri che non pubblica foto dei figli concorda sul fatto che quello sia comunque un diritto dei genitori.

Apple Martin: «Mamma, non puoi postare senza il mio permesso»

Eppure anche la cronaca mondana rivela che non è detto che i figli siano felici delle scelte dei propri genitori, tut’altro. La figlia di Gwyneth Paltrow e del cantante dei Coldplay, Chris Martin, Apple, ha criticato pubblicamente la madre per aver postato su Instagram un’immagine che le ritraeva insieme. Una foto, quella pubblicata sull’account Instagram della Paltrow, tutto sommato innocua: le due sono in seggiovia, si stanno godendo una vacanza in montagna. Ma lei non ha gradito: «Mamma, ne abbiamo già parlato. Non puoi postare niente senza il mio permesso ». La risposta della madre pare non aver accontentato la ragazza: «Ma se non si vede nemmeno la tua faccia!». Uno scambio che ha fatto notizia e che ha portato alla ribalta il tema della privacy dei figli. Anche Isabella Cruise, figlia adottiva di Nicole Kidman e Tom Cruise, si era limitata a chiedere pubblicamente alla madre di lasciarla fuori dalle interviste, e Charlène di Monaco ha postato online molte foto dei figli in vacanza a New York, sollevando un vespaio di polemiche. Sarà un caso, ma tra le 15 foto che hanno raccolto oltre dieci milioni di like su Instagram nel 2018 più della metà immortalavano una celebrità con il proprio pargolo. È il caso per esempio di The Rock, attore noto per i suoi ruoli da macho ritratto con la figlia neonata, oppure è il caso di Kylie Jenner, ritratta con la figlia Stormi di sei mesi. O di Mariano Di Vaio, uno dei blogger italiani più famosi al mondo, che ha aperto un profilo Instagram a tutti e tre i figli appena nati. Il rischio di critiche da sovraeposizione è dietro l’angolo: Laura Chiatti ha dovuto difendere il figlio, bersagliato dopo che lei aveva pubblicato una foto con lui mentre faceva la spesa, e Martina Colombari ha confessato di essere preoccupata per Achille, il figlio 13enne avuto con Billy Costacurta, criticato spesso da qualcuno dei suoi 39 mila follower. Non sono casi isolati: il Codacons ha presentato nel luglio 2019 un esposto, corredato da un dossier di foto prese da Instagram, nelle quali compaiono minori in pose o situazioni inadeguate, alla Procura della Repubblica di Roma, nonché al Garante della Privacy e a quello dell’Infanzia.

I rischi

La condivisione scriteriata dei dati personali dei figli può provocare diversi pericoli, spiega Bonanomi. Dai meno gravi, come l’imbarazzo di ragazze e ragazzi, ai più pericolosi. La questione privacy spesso sfocia in un problema di sicurezza: troppi dati personali possono mettere in pericolo il minore. La metà delle foto trovate nei database dei pedofili sono state incautamente messe a disposizione direttamente dai genitori su social network e sistemi di messaggistica. Andando oltre all’adescamento, occorre considerare che pubblicare il volto del figlio associato al suo nome, e ad altri particolari che aiutano a riconoscerlo, lo espone al rischio di furto di identità. Un altro pericolo è quello relativo al bullismo o meglio al cyberbullismo. Ed è per questo che è importante capire: ne siamo affetti anche noi? Ecco il semplice test che propone Bonanomi, e che può aiutarci a capire se siamo in una fascia da monitorare o se invece siamo attenti e scrupolosi.

I rischi dello sharenting: l’intervista a TPI

TPI (The Post Internazionale) ha intervistato Gianluigi Bonanomi sulle conseguenze dello sharenting. Ecco l’articolo.

I rischi dello “sharenting”, dal cyberbullismo alla pedofilia: intervista a Gianluigi Bonanomi

Il giornalista e noto formatore digitale, autore del libro “Sharenting”, spiega a TPI perché pubblicare le foto dei propri figli sui social network non è mai una buona idea

I rischi dello sharenting, dal cyberbullismo alla pedofilia – intervista a Gianluigi Bonanomi, giornalista e formatore digitale

“Cosa vorrai che sia? È solo qualche foto innocente”. Più o meno è questo quello che sostengono i tanti genitori che non si fanno troppe preoccupazioni nel condividere immagini dei loro figli sui social network. Ma è davvero così? Non secondo Gianluigi Bonanomi, giornalista e noto formatore digitale, nonché autore di numerosi libri divulgativi di succsso, tra cui “Sharenting”, che già dal titolo mette in guardia i genitori (deputati al “parenting”) nel rapporto tra i loro figli e la Rete, con le sue  infinite potenzialità di sharing. “Certo, sono solamente delle immagini, nella maggior parte dei casi effettivamente innocenti, non sessualizzate diciamo. Ma non dobbiamo dimenticare che viviamo in una società dove l’immagine è tutto e i rapporti sociali non sono più filtrati dall’incontro a quattrocchi. Tutto corre in rete, è la percezione è ben diversa, soprattutto fra i più giovani”, spiega Bonanomi.

Sharenting e cyberbullismo: un rischio concreto

“Delle semplici immagini possono dare l’occasione di sfogarsi a qualche cyberbullo, che potrebbe non esitare a ricondividerle accompagnandole con frasi ben poco lusinghiere”, spiega Bonanomi a TPI. “Saranno pure bambini, ma sappiamo bene che spesso i più piccoli possono essere molto crudeli sotto questo profilo, spesso senza nemmeno rendersi conto delle conseguenze che potrebbero avere le loro azioni. Tra l’altro, non è detto che sono cose che accadono immediatamente. Queste immagini possono rimanere sopite a lungo, per poi venire riprese in seguito, quando magari i figli sono cresciuti, e si trovano ridicolizzati dagli amici per qualcosa avvenuto anni prima”.

“Improbabile? Mica tanto, se pensiamo per esempio al caso di Star War Kid. Si tratta di un filmato del 2002 di un ragazzino 15enne chiamato Ghyslain Raza, che si è ripreso mentre si esibiva imitando Darth Maul di Guerre Stellari brandendo una scopa al posto della spada laser. Un filmato non pensato per divenire pubblico, ma che è stato trovato per caso e messo a disposizione su numerosi servizi P2P (YouTube doveva ancora nascere) e diventato presto virale. I commentatori del video non si sono però limitati a farsi due risate e hanno iniziato ad attaccare pesantemente il giovane Raza, sia virtualmente, sia di persona, dato che tutti i compagni di classe ormai lo avevano visto. Insulti e invidi al suicidio erano all’ordine del giorno, tanto che Raza ha dovuto ricorrere alle cure di uno psichiatra per superare il trauma e cambiare istituto scolastico. I media hanno fatto la loro parte, rendendo ancora più virale il filmato, ma Raza ha avuto l’intelligenza e la forza di tenersene lontano ‘Perché mi invitavano? Volevano esibirmi come un fenomeno da baraccone’, ha spiegato il giovane in un’intervista del 2013″. Qualcuno obietterà che non si tratta di vero e proprio sharenting, alla fine sono state altre persone (non i genitori) a trovare la cassetta col filmato e postarla online, ma secondo il formatore il punto non cambia: “Si tratta di un filmato diffuso senza l’autorizzazione del diretto interessato. Se al posto di un adolescente il video fosse stato caricato dai genitori, pur senza intento di prenderlo in giro, il risultato sarebbe stato esattamente lo stesso”.

Sharenting e pedofilia: mai sottovalutare i pervertiti

“Il cyberbullismo può portare a serie conseguenze, ma non è l’unico rischio che si corre quando ci si lascia trasportare dallo sharenting. Come reagireste sapendo che le foto dei vostri figli sono in mano a qualche pedofilo? Sembra impossibile? Mica tanto. Secondo uno studio della Children’s eSafety Commissioner australiana, la metà delle foto scambiate dai pedofili proveniva dalle bacheche di Facebook”. Praticamente, ci sono pervertiti che prendono foto di bimbi dai social e le distribuiscono sui loro network, caratterizzandole in maniera sessuale: “Esatto. Non parliamo necessariamente di bambini nudi mentre fanno il bagno, ma di immagini estremamente innocenti di infanti che nuotano, che giocano o che fanno sport, che vengono condivise fra gruppi di pedofili accompagnate da ‘commenti estremamente espliciti e disturbanti’, come ha spiegato uno degli investigatori della commissione, Alastair MacGibbon”.

“Toby Dagg, senior investigator della eSafety Commission, ha dato qualche numero per inquadrare il fenomeno, specificando che in un sito di pedofili contenente 45 milioni di immagini, circa la metà proveniva dai social network, ed era indicizzata in cartelle con nomi poco rassicuranti come “Kik girls” o “My daughter’s Instagram friends”. “C’è anche di peggio, purtroppo”, continua Bonanomi. “Talvolta i pervertiti non si limitano a condividere queste immagini accompagnandole da commenti volgari, ma le modificano con Photoshop, applicando per esempio le foto del volto di un bimbo sul corpo di un altro, nudo. In certi casi, non si fanno nemmeno scrupoli nell’associare queste foto al nome del piccolo o della sua famiglia, rendendo la perversione ancora più pericolosa, attirando le attenzioni di potenziali stalker”.

Non a caso, Bahareh Ebadifar Keith e Stacey Steinberg, pediatri della University of Florida hanno scritto sulla rivista medica JAMA Pediatrics che la condivisione di immagini online dei figli “introduce nuovi rischi ancora da esplorare per i bambini, e alcuni genitori sono privi dell’esperienza, della competenza e della prudenza necessari a proteggere i figli da questi pericoli”.  Steinberg insiste anche sul fatto che non vuole certo impedire ai genitori di esprimersi. “Non sto cercando di silenziare i genitori”, ha spiegato, “Penso che stiamo vivendo in un’era estremamente connessa. Abbiamo un forte desiderio di condividere le nostre storie, ed è importante. Ma i nostri figli sono parte integrante di queste storie. Quando posti un’immagine, chi è che potrebbe vederla?”.

“Possiamo limitare la privacy, evitare che i contatti che ne hanno accesso possano condividerla a loro volta, ma ci vuole poco a prendere uno screenshot e far sfuggire l’immagine al controllo previsto. Proprio per questo motivo il consiglio degli studiosi del fenomeno è quello di andare sempre coi piedi di piombo e riflettere sempre se è il caso o meno di pubblicare una foto dei propri pargoli”, conclude amaramente Bonanomi.

“Sharenting” di Gianluigi Bonanomi è edito da Mondatori

Sharenting su Rete55

Venerdì 3 luglio 2020 Rete55 di Varese ha dedicato uno speciale a Sharenting. La trasmissione è stata presentata così sul sito dell’emittente:

I figli hanno sempre rappresentato, per la psicoanalisi, un prolungamento del narcisismo dei genitori ma il Web non è il luogo giusto per dichiarare l’orgoglio dei nostri figli. L’unica vera arma di difesa per prevenire lo Sharenting e le sue conseguenze è la consapevolezza e la conoscenza da parte dei genitori dei rischi e dei pericoli a cui andrebbero incontro i loro figli. Tutto questo verrà approfondito venerdì 3 luglio alle 20.45 in “Vivere Bene” su R55, canale 16.

Questo il video promo della trasmissione:

Qui invece è possibile rivedere l’intera trasmissione: